"Figli si nasce. Genitori no." E quanto più è complesso il contesto in cui i figli cresceranno, tanto più ci si dovrà applicare per fare bene il genitore. Perché ad essere genitori si impara, come accade per tutte le arti. Non è destino, non è caso, come ci si è illusi negli ultimi vent'anni
Un luogo da cui riflettere, senza clamore e tranquillamente, su sè stessi e sul mondo, sul passato, sul presente, sul futuro; su quello che siamo, che siamo stati, che saremo. Il mio mondo, tra sogno, immaginazione, ricordo, invenzione e realtà, tra ciò che esiste e ciò che non è mai esistito se non nella mia fantasia.
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domenica 2 dicembre 2012
domenica 11 novembre 2012
Cultura dominante (2) e cammelli
Di quella cultura dominante di cui si parla nel post precedente, mi sono
nutrita fin dall'infanzia, per metterla in discussione negli anni del liceo.
Mio padre, ormai ottantenne, è un modello di uomo tradizionalista, per
quanto sia, nonostante tutto, un poco più aperto di quanto non lo fossero o lo
siano gli altri uomini della sua famiglia d'origine (anche coloro che
attualmente hanno meno di trent'anni!)
Insomma, mio padre ha sempre ritenuto che non fosse cosa buona e giusta che
una donna fosse molto istruita, un semplice diploma era anche abbondante. Una
donna istruita è una donna che non piace agli uomini e difficilmente riuscirà a
trovare un buon marito.
Ecco, il cruccio di mio padre era questo: nessun uomo, visto il mio
caratteraccio e quella vis polemica, diventata man mano più raffinata grazie
agli studi classici, mi avrebbe sposato.
Forse temeva di dovermi sopportare, tenendomi in casa per tutta la vita,
avendo a che fare con i ragionamenti raffinati che da quando ho 14 anni
diventano presto motivo di litigio tra noi, mentre mia madre tenta di mediare,
implorandomi di non provocarlo, di non rispondere.
E io invece rispondo, come ho sempre fatto, sin da quand'ero una adolescente
ribelle e "femminista" come egli, con disprezzo, mi definiva.
Sosteneva che una donna deve rispetto al marito, sottomettendosi, naturalmente,
e non permettendosi di rispondergli. Bisognava ricorrere un po' alla menzogna e
alle arti seduttive tipicamente femminili per trovare un marito, diceva lui.
"Non devi dire la verità, devi un po' imbrogliare, come sanno fare le
donne, altrimenti, mettitelo in testa, scapperanno tutti!"
Non lo ascoltavo, nè avrei potuto farlo, convinta che nessuna sana
relazione, anche solo amicale, si costruisce sulla menzogna, sull'apparenza,
sulla falsità.
Quando gli ho presentato quello che sarebbe diventato mio marito, quasi non
credeva ai suoi occhi. E per quanto non lo amasse molto (troppo diverso da lui,
praticamente opposti) in cuor suo, a mio avviso, ha esultato come a me è
capitato di fare quando l'Inter ha vinto la Champions League.
Mio padre ha sempre avuto difficoltà a capire le logiche che portavano mio
marito a "sopportarmi", secondo quelli che sono i suoi parametri.
E qualche anno fa, forse perché l'età più anziana induce le persone a dire
esattamente quello che pensano, proprio come fanno i bambini, ha evidenziato il
suo punto di vista, che a me, a dire il vero, era già abbastanza chiaro.
E' accaduto durante le vacanze natalizie, durante o dopo, non ricordo bene,
uno di quei lunghissimi pranzi che nella tradizione meridionale scandiscono i
giorni tra Natale e Capodanno.
Improvvisamente, forse seguendo un suo pensiero, guardando me e il marito,
mio padre ha esclamato: "Certo, tu (rivolgendosi a me) probabilmente
l'avrai sposato per interesse, ma lui invece ti ama davvero, si vede proprio, e
tu non lo ami come ti ama lui!"
Dopo un momento di gelo, seguito alle considerazioni paterne, mia madre l'ha
guardato. "Ma che dici?!?!" ha esclamato. "Ma come ti
permetti?" ho risposto io, piccata. Il tutto mentre il marito, cui per
fortuna non manca il senso dell'umorismo, si sbellicava dalle risate insieme a
mio fratello, commentando che nemmeno sua madre sarebbe stata capace di una
simile e audace affermazione.
Non è finita qui. Qualche ora dopo, mentre commentavamo le abitudini berbere
secondo cui un uomo che chiede in sposa una donna deve portare in dote al padre
un certo numero di cammelli, mio padre, rivolgendosi al marito, ha esclamato:
"Sono io che devo dare a te i cammelli!"
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 4 luglio 2010)
Cultura dominante (1)
"Le donne sono donne per struttura fisiologica; fin dal più remoto
passato furono subordinate all'uomo; la loro subordinazione non è la
conseguenza di un fatto o di uno sviluppo, essa non è avvenuta. [...]
[...] l'azione delle donne non è mai stata altro che un movimento simbolico:
esse hanno ottenuto ciò che gli uomini si sono degnati di concedere e niente di
più, non hanno strappato niente, hanno ricevuto. Il fatto è che non hanno i
mezzi concreti per raccogliersi in una unità in grado di porsi, opponendosi. Le
donne non hanno un passato, una storia, una religione [...]. Le donne vivono
disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini - padre o marito - più
strettamente che alle altre donne; e ciò per vincoli creati dalla casa, dal
lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale. [...] Il legame
che la unisce ai suoi oppressori non si può paragonare ad alcun altro. La
divisione dei sessi è un dato biologico, non un momento della storia umana. La
loro opposizione si è delineata entro un "mitsein" originale
e non è stata infranta. La coppia è un'unità fondamentale le cui metà sono
connesse indissolubilmente l'una all'altra. Nessuna frattura della società in
sessi è possibile. Ecco ciò che essenzialmente definisce la donna: essa è
l'Altro nel seno di una totalità, i cui due termini sono indispensabili l'uno
all'altro. [...]
[...] la donna è sempre stata, se non la schiava, la suddita dell'uomo; i
due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali e ancora oggi,
nonostante la sua condizione stia evolvendosi, la donna è grandemente
handicappata. Si può dire che in nessun paese l'uomo e la donna hanno una
condizione legale paritetica e spesso la differenza va a duro svantaggio della
donna. Anche se astrattamente le sono riconosciuti dei diritti, una lunga
abitudine impedisce che essi trovino nel costume la loro espressione concreta.
[...] Oltre la forza concreta, posseggono un prestigio del quale l'educazione
dell'infanzia tramanda la tradizione: il presente assorbe il passato, e nel
passato la storia è stata fatta dai maschi. Nel momento in cui le donne
cominciano a prender parte all'elaborarsi dei fatti umani nel mondo, si trovano
davanti a un mondo che appartiene ancora agli uomini; i quali non mettono in
dubbio i propri diritti, mentre le donne incominciano appena a farlo."
Tratto da: Simone de Beauvoir: "Il secondo sesso", Traduzione di
Roberto Cantini e Mario Andreose, Il Saggiatore, 1994, Pgg. 18 -20. (Prima
edizione in lingua originale: Gallimard, Paris, 1949)
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder giovedì 1 luglio 2010)
martedì 31 gennaio 2012
"Che fare?"
"Che fare?" mi sento spesso chiedere da genitori alle prese con figli adolescenti indolenti, sgarbati, incontenibili, irritanti.
"Eppure" sostengono "fino a qualche tempo fa era tanto tranquillo...".
A me, sinceramente, verrebbe da rispondere che no, quel ragazzino, tranquillo, da che io lo conosco (e sono ormai molti anni), non lo è mai stato. Era indisponente, prepotente, egocentrico e, soprattutto, abituato a vedere appagata ogni sua richiesta non appena fosse formulata. Che cosa è cambiato, adesso? E' cambiato il valore, la qualità delle sue richieste.
Un adolescente ha esigenze diverse rispetto a quelle di un ragazzino di tre, cinque, sette anni. Dal suo punto di vista egli continua ad essere come è sempre stato.
Il genitore, invece, pensa che sia arrivato il momento di dire no. Ma ai "no" ci si deve abituare fin dalla più tenera età. Altrimenti si penserà, come alcuni adolescenti fanno, di subire un sopruso, di perdere un diritto acquisito. Chi di noi ha mai voluto rinunciare ad un diritto acquisito?
Ecco perché è importante che i genitori stabiliscano, da subito, regole precise e coerenti nell'educazione dei propri figli. Naturalmente tali regole dovranno essere adeguate all'età del bambino, ma non si può assolutamente pensare di far vivere come un selvaggio il proprio pargolo pensando poi di addomesticarlo quando diventerà più grande, stupendosi poi della difficoltà di farlo.
Vivere con un adolescente è indubbiamente difficile, ma lo è ancora di più quando ci si trova alle prese con un adolescente maleducato o ineducato. A cui è stato detto, magari in nome di un maggior presunto amore, troppe poche volte "NO!".
"Tu non mi vuoi bene!"
"Quante volte ve lo siete sentito dire dai vostri figli in tono accusatore?
E quante volte avete resistito alla tentazione di spiegar loro quanto li amavate?
Un giorno, quando i miei figli saranno abbastanza grandi da capire la logica che spinge una madre a comportarsi in un certo modo, glielo dirò.
Ti ho amato abbastanza da chiederti continuamente dove andavi, con chi e a che ora saresti tornato.
Ti ho amato abbastanza da insistere perché ti comprassi una bicicletta con i tuoi soldi, anche se noi potevamo permettercela e tu no.
Ti ho amato abbastanza da star zitta e lasciare che scoprissi da solo chi era l'amico che ti eri scelto.
Ti ho amato abbastanza da costringerti a restituire al proprietario del negozio la cioccolata già morsicata e confessare: <<L'ho rubata>>.
Ti ho amato abbastanza da restar lì come un gendarme per più di due ore a guardarti pulire la stanza, un lavoro che io avrei potuto fare in un quarto d'ora.
Ti ho amato abbastanza da dire: <<Sì, vai pure al luna park. Non importa se è il giorno della mamma>>.
Ti ho amato abbastanza da lasciare che vedessi la rabbia, la delusione, il disgusto e le lacrime nei miei occhi.
Ti ho amato abbastanza da non scusarmi mai con gli altri per le tue mancanze o cattive maniere.
Ti ho amato abbastanza da ammettere di aver avuto torto e chiederti scusa.
Ti ho amato abbastanza da ignorare quello che dicevano o facevano <<le altre madri>>.
Ti ho amato abbastanza da lasciare che inciampassi, cadessi, ti facessi male, sbagliassi.
Ti ho amato abbastanza da lasciare che ti prendessi le responsabilità delle tue azioni, a sei, come a dieci, o a sedici anni.
Ti ho amato abbastanza da sospettare che avevi mentito sulla presenza dei genitori del tuo amico a quella festa, e lasciar correre... dopo aver scoperto che non mi sbagliavo.
Ti ho amato abbastanza da metterti a terra, lasciarti andare la mano, non rispondere alle tue suppliche... perché imparassi a stare in piedi da solo.
Ti ho amato abbastanza da accettarti per quello che sei, non per quello che avrei voluto che fossi.
Ma soprattutto ti ho amato abbastanza da continuare a dire <<No>> anche sapendo che mi avresti odiato. E' stata questa la decisione più difficile."
(Il brano dal titolo "Tu non mi vuoi bene" è tratto da: Erma Bombeck: "Se la Vita è un piatto di Ciliege, perché a me solo i Noccioli?", Edizioni Club del Libro su licenza della Longanesi & C., Milano, 1981, Edizione Longanesi: 1980, pgg. 210 - 212)
(Già pubblicato su altra piattaforma l'8 febbraio 2010)
venerdì 9 dicembre 2011
Maternità e paternità responsabile
Maternità e paternità, tra gli esseri umani, non sono un mero fatto biologico: genitori si diventa e diventarlo implica una forte assunzione di responsabilità.
Bisognerebbe dirlo a tutti i genitori, a quelli che si apprestano a diventarlo, a quelli che lo sono già, magari da vari anni, magari di più figli.
Essere genitore significa accettare, prendersi cura, e, soprattutto, educare i propri figli, fin dal primo vagito.
Credere che un bambino sia troppo piccolo per imporgli delle regole, aspettando il momento giusto, significa andare incontro a difficoltà nel riuscire poi ad imporre la propria autorevolezza.
Un bambino impara (o dovrebbe imparare) in famiglia che esistono luoghi e persone da rispettare, che lui non è al centro del mondo (anche se è convinto di esserlo), che non è un principe e i suoi genitori non sono la sua corte.
Trovo triste e deprecabile vedere bimbi di tre/quattro anni che, per strada, pretendono di vedere immediatamente assecondati i loro capricci, urlando e volendo averla sempre vinta.
Molti genitori acconsentono, a volte per stanchezza, a volte perché pensano che c'è tempo per insegnare ai loro pargoli come si sta al mondo. Sbagliano. Forse si ritroveranno a gestire adolescenti riottosi e maleducati, ingestibili e, peggio ancora, già dediti ad abitudini nocive e rischiose per sé e per gli altri.
Educare è un impegno gravoso che deve essere assunto con grande consapevolezza. Non è come comprare "Cicciobello" nel negozio di giocattoli ed accantonarlo in uno stanzino quando non si ha più voglia di giocarci.
Illudersi che tutto rimanga come prima, che ci si possa permettere uscite o frequentazioni non adatte ai ritmi dei più piccoli, è una delle tante utopie di cui ci si è alimentati negli ultimi anni.
Bisognerebbe dirlo a tutti i genitori, a quelli che si apprestano a diventarlo, a quelli che lo sono già, magari da vari anni, magari di più figli.
Essere genitore significa accettare, prendersi cura, e, soprattutto, educare i propri figli, fin dal primo vagito.
Credere che un bambino sia troppo piccolo per imporgli delle regole, aspettando il momento giusto, significa andare incontro a difficoltà nel riuscire poi ad imporre la propria autorevolezza.
Un bambino impara (o dovrebbe imparare) in famiglia che esistono luoghi e persone da rispettare, che lui non è al centro del mondo (anche se è convinto di esserlo), che non è un principe e i suoi genitori non sono la sua corte.
Trovo triste e deprecabile vedere bimbi di tre/quattro anni che, per strada, pretendono di vedere immediatamente assecondati i loro capricci, urlando e volendo averla sempre vinta.
Molti genitori acconsentono, a volte per stanchezza, a volte perché pensano che c'è tempo per insegnare ai loro pargoli come si sta al mondo. Sbagliano. Forse si ritroveranno a gestire adolescenti riottosi e maleducati, ingestibili e, peggio ancora, già dediti ad abitudini nocive e rischiose per sé e per gli altri.
Educare è un impegno gravoso che deve essere assunto con grande consapevolezza. Non è come comprare "Cicciobello" nel negozio di giocattoli ed accantonarlo in uno stanzino quando non si ha più voglia di giocarci.
Illudersi che tutto rimanga come prima, che ci si possa permettere uscite o frequentazioni non adatte ai ritmi dei più piccoli, è una delle tante utopie di cui ci si è alimentati negli ultimi anni.
(Già pubblicato su altra piattaforma il 15 ottobre 2011)
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