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domenica 14 settembre 2014

Il trenino a scartamento sociale

Il Natale del 1969 lo ricordo da sempre per due eventi che lo hanno caratterizzato. Il primo evento è stato il coronamento di un sogno di bambino, mentre il secondo ha rappresentato un passo verso la crescita di quel bambino.
Quell'anno dicembre arrivò come sempre con i suoi riti: la chiusura della scuola per le vacanze natalizie, l'affannarsi di mia madre a preparare i dolci della tradizione unito ad  un ciclo di pulizie extra della casa sotto l'egida del “caso mai viene qualcuno”.
Io avevo sette anni e pregustavo, come tutti i bambini di quella età, l'arrivo del Natale con l'aspettativa del regalo e delle serate da passare in piedi sino a tardi con gli adulti.
Quell'anno però era successa una cosa straordinaria per il mio paese di origine. Immediatamente dopo l'estate, come riflesso ritardato del boom economico, era stato aperto nel centro della città il magazzino Standa.
In pratica l'apertura del punto Standa rappresentò una novità per tutti, ma in particolare per noi bambini dell'epoca, in quanto all'interno era presente il reparto giocattoli. A ripensarci oggi mi viene quasi da ridere se considero le dimensioni degli odierni Centri Commerciali, ma per quegli anni era quanto di più spettacolare si potesse vedere. 
Il reparto giocattoli si componeva di due scaffali contrapposti lunghi alcuni metri nei quali erano esposti i giocattoli.
Sino ad allora i giocattoli erano acquistabili presso l'unico negozio presente in città oppure sulle bancarelle del mercato settimanale, ma mai si era visto un tale assortimento.
La cosa ancora più straordinaria fu che per tutto il mese di dicembre furono allestiti dei tavoli dove alcuni giocattoli erano fruibili   e,  udite udite, si potevano toccare e ci si poteva giocare.
Io rimasi affascinato da tutta quella novità ed alla fatidica domanda “Cosa chiedi a Babbo Natale?” io  espressi il mio desiderio di avere in regalo un trenino elettrico.
Arrivò la tanto sospirata notte di Natale e con  essa il momento di ricevere i regali. Babbo Natale mi aveva ascoltato, beh, non proprio bene, sarà stato per via dell'età.....
Mi fu regalato un trenino con carica a molla che girava lungo dei binari di plastica formanti  un ovale non più grande del tavolo della cucina.
Io ero contento lo stesso e giocai quasi ininterrottamente per i giorni seguenti.
Con una scatola di scarpe che forai sui lati dotai la mia personale linea ferroviaria di una rudimentale galleria.
Dopo alcuni giorni ebbi l'occasione di andare a casa di un mio compagno di classe per fare insieme i compiti assegnati per le vacanze, e la prima cosa che mi disse accogliendomi in casa fu che come regalo di Natale aveva ricevuto un trenino.
Sul momento io risposi che anche io avevo ricevuto lo stesso regalo, ma fu quando vidi il suo trenino che mi accorsi che i due oggetti, pur appartenendo allo stesso concetto di giocattolo, erano sostanzialmente diversi.
Il suo trenino era bellissimo. Era tutto in metallo e correva su dei binari di acciaio scintillante, inoltre l'intero trenino era collocato all'interno di un plastico che riproduceva un paesaggio alpino con tanto di montagna attraversata da un tunnel nel quale il trenino passava illuminando l'interno con i suoi piccoli fari anteriori.
Insomma, un abisso tra il mio trenino e quella meraviglia, e mi resi rapidamente conto che nonostante l'essere seduti nello stesso banco ed indossare il grembiule dello stesso modello e colore le uguaglianze finivano li e che quel trenino era a “scartamento sociale”.
 
(Ringrazio Anonimo che mi ha fornito questo testo autorizzandomi a pubblicarlo qui)
 
 

 

 

domenica 3 agosto 2014

Ora però basta!

"Ora però basta!" continuiamo a ripetere nelle più disparate situazioni e l'espressione sembra essere diventata un mantra che dovrebbe miracolosamente liberarci da tutti i nostri mali, individuali e/o sociali, che quotidianamente ci affliggono.
La verità, però, è che spesso non si fa nulla di concreto perché ciò che ci disturba possa davvero essere eliminato.
Spesso si dimentica che le situazioni che si vivono non sono altro che il risultato di scelte, più o meno consapevoli, precedenti.
La superficialità, l'inettitudine, l'incompetenza, la brama di guadagno, la cocciutaggine, l'irresponsabilità, l'ignoranza, per esempio, possono condizionare le nostre azioni e le nostre scelte quotidiane, fino al punto di trascinarci, a volte, in situazioni antipatiche o, ancor peggio, oscure e pericolose quando non tragiche.
Eppure basterebbe poco per evitare di incappare in situazioni, individuali o collettive, spiacevoli.
Occorrerebbe che tutti, fin dalla più tenera età, imparassero a rispettare sé stessi e gli altri, meditando prima di prendere una decisione, anche la più banale, magari, e riflettendo, studiando, approfondendo le questioni senza farsi tentare dalle vie più brevi ma oscure e restando sempre consapevoli che vivendo si può e si deve giocare, soprattutto quando si è bambini, ma giocare con la propria vita e con la vita degli altri non è mai giustificabile, a qualunque età.

martedì 29 luglio 2014

Il vento del Nord

Una sensazione di libertà, rispetto e tolleranza per l'altro e per le sue scelte di vita.
Il vento tra i capelli, lo stesso vento capace, nel giro di pochi minuti, di sgombrare il cielo di nuvole o di ammassarle, provocando un violento acquazzone.
La tranquillità e la felicità di un popolo che risulta essere, dalle statistiche, uno dei più felici, forse perché si accontenta delle cose semplici ma essenziali, un po' come accadeva in Italia intorno alla metà degli anni '60.
Furono queste, tre anni fa, le emozioni regalatemi dalla vacanza estiva in Danimarca.
 
 

lunedì 7 luglio 2014

Roma capitale. Ma de che?

"Fuori dall'Europa ci siamo già" ho continuato a pensare durante i giorni trascorsi recentemente a Roma.
Roma è la città che da giovane adoravo, in cui avrei voluto studiare, lavorare e vivere. Per qualche tempo, una ventina d'anni fa, l'ho anche fatto. E già allora, confrontati i tempi biblici di spostamento da un punto all'altro della città, convenni che era adatta ai turisti, alle persone di spettacolo, forse anche ai politici ma non sicuramente a chi, quotidianamente, doveva tirare avanti la carretta come un comune mortale.
Ancora meno adatta mi è parsa la Capitale durante l'ultimo recente soggiorno.
Sporchissima, anche nelle vie del centro (non parliamo delle periferiche!); incapace di sostenere il flusso dei turisti da cui è invasa; un cantiere a cielo aperto, dal Colosseo a Fontana di Trevi passando per via dei Fori Imperiali, il Vittoriano, la Barcaccia di Piazza di Spagna.
Muoversi con un trolley sembra un'impresa su marciapiedi ostruiti da auto e privi di scivoli, altrimenti occupati dalle auto parcheggiate, in barba a tutte le norme contro le barriere architettoniche.
Le bellezze di Roma le ho apprezzate solo grazie agli affetti che in quella città mi restano. Grazie a loro ho riscoperto il piacere di rivedersi a distanza, più o meno lunga, di tempo.
Ho scoperto un quartiere, la Garbatella, di cui mi sono immediatamente innamorata.
Ho visitato una mostra, "Pasolini Roma" che mi ha letteralmente incantato.
Ma è troppo poco per una città, troppo poco per la Città che si definisce Capitale. Troppo poco per essere la capitale di una nazione europea all'avanguardia, come aspirerebbe ad essere.

 






 

giovedì 1 maggio 2014

Per giorni e giorni...




Per giorni e giorni senza che nulla accadesse.
Il mare vuoto, vuota agitazione
di memorie e di membra senza attesa.
E un giorno tu compari sull'orizzonte.
Due punti che si guardano da lontano.
Quanto spiarsi, come cose immortali!

Vittorio Bodini, "Appunti di poesia", 1943 -1961
Pubblicato in: Vittorio Bodini: "Poesie (1939 -1970)", Congedo Editore, Galatina, 1980 su licenza Arnoldo Mondadori Editore, pgg. 5 -6.

martedì 1 aprile 2014

Inganni

Capisco tutto. Capisco che con la disoccupazione al 13% per cento si accetti di fare un lavoro che consiste nel telefonare e bussare casa per casa per proporre un contratto luce - gas più vantaggioso. Capisco che si possa insistere perché magari la retribuzione si basa sulle provvigioni.
Capisco tutto.
Ma non accetto e ritengo davvero disgustoso, meschino e riprovevole che si carpiscano contratti con l'inganno, soprattutto quando vittime di questi inganni sono le persone più deboli, più sole, più anziane.
Vergogna, vergogna, vergogna!

http://www.dpdc.it/viewtopic.php?f=30&t=207

domenica 21 aprile 2013

Parole e silenzi assordanti

Quando le parole non bastano più, si tace. Si tace perché si è stanchi di urlare la propria rabbia, la propria delusione, il proprio disincanto, la propria inquietudine.
Si tace perché ci si rende conto che parlare darebbe adito ad equivoci, sarebbe occasione per fomentare un litigio, l'ennesimo, figlio di incomprensioni e di interpretazioni che non coincidono nelle intenzioni di chi parla e di chi ascolta.
Si tace. E quel silenzio diventa sempre più assordante. E' una porta che si apre e si richiude, silenziosamente. E' una rabbia che cova e che sale sempre più in alto, sempre più, fino, a volte, precipitare malamente. Un gesto, forse un volo. E poi solo un assordante silenzio.

mercoledì 3 aprile 2013

La mia Germania

Forse è vero che, al di là del luogo in cui ciascuno nasce, ce n'è uno che, per affinità elettive, ci assomiglia e a cui, per questo, ci si sente più legati.
Il mio luogo del cuore è la Germania. Scoperta per caso, in verità, quando, in occasione della scelta del corso di lingua straniera da seguire obbligatoriamente optai per il tedesco piuttosto che per il francese o l'inglese. Si trattava di una scelta di comodo, in realtà: il corso di tedesco prevedeva un insegnamento di base, per principianti, a differenza degli altri due, strutturati per chi avesse già qualche conoscenza della lingua. Inoltre, il corso era frequentato da pochissimi studenti. Alle lezioni ci si trovava, ad esagerare, in dieci persone, e tutto questo favoriva l'apprendimento.

Fu allora che iniziai a conoscere la Germania, superando pregiudizi e stereotipi che appartenevano e tuttora appartengono all'immaginario collettivo.
Approfondii la conoscenza dei filosofi e dei pedagogisti tedeschi, apprezzai la musicalità e la dolcezza della lingua apparentemente dura, se legata alla tradizione della filmografia in cui il tedesco, rigoroso e senz'anima, non è altro che il carnefice nazista.
Visitandola, con il tempo, mi sono sempre più affezionata a questa terra rigorosa e precisa che sa amare la vita, a volte in modo eccessivo, ma che ama le regole e cerca di rispettarle e, quando non lo fa, ammette di averle infrante e se ne assume la responsabilità.
Berlino, la capitale, che ancor oggi porta con fierezza i segni del suo recente passato, è, a mio avviso,  il simbolo di un modo di essere che apprezzo e mi appartiene: la capacità di fare i conti con il passato, analizzandolo, senza negarlo o dimenticarlo, lavorando sul presente per costruire il futuro.

 

venerdì 8 marzo 2013

Oltre le mimose...

... ci sono le violenze quotidiane spinte, in alcuni casi, fino all'omicidio; ci sono gli stereotipi e i pregiudizi che dividono le donne in buone e cattive mogli, madri; ci sono le fatiche di uscire da una mentalità gretta e meschina, ancora più arretrata rispetto a quella di oltre trenta anni fa.
Non festa, dunque, ma giornata, l'8 marzo, per riflettere contando gli anni che ancora separano da una vera parità.
Niente mimose, niente festa, niente auguri.

mercoledì 13 febbraio 2013

Non sopporto...

- l'arroganza di chi pretende di imporre il proprio modello di vita, le proprie idee, i propri principi insultando e disprezzando chi non la pensa come lui
- la falsità e l'ipocrisia di chi nasconde la propria meschinità dietro principi che poi, sistematicamente, viola
- l'intolleranza e la maleducazione
- la protervia di chi crede che conti solo il denaro e che tutto possa essere comprato
- la superbia di chi si fregia della sua ignoranza e in nome di quest'ultima disprezza la cultura e il piacere del sapere
Il vero problema è che, da almeno tre lustri, sono questi i comportamenti e i valori diffusi sul territorio nazionale. E poi ci si chiede come superare la crisi...
Le crisi, in primo luogo, le si superano se si ha un progetto. Meglio ancora se tale progetto è illuminato da valori etici. Tutto il resto sono vuote chiacchiere da bar o da talk show.
 
(Rielaborazione di un vecchio post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 2 ‎dicembre ‎2008)

Narrazione e narratori

Ci sono persone che sembrano nate per narrare. E non c'è niente di meglio che stare ad ascoltarle o a leggerle, intrigati dalla loro narrazione accattivante, avvolgente, che consente di vedere luoghi inesplorati, personaggi mai incontrati, situazioni sconosciute come se fossero davvero vissute.
Al di là nei narratori famosi, io ho la fortuna di conoscere persone così.
Fini cesellatori dell'arte del narrare la cui abilità, a volte, nascondono anche a sé stessi o rivelano solo a pochi privilegiati.
(Post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 23 luglio 2010)

sabato 26 gennaio 2013

Consapevolezze

Scoprì di essere forte intorno ai vent'anni.
Fino ad allora era convinta di essere timida, incapace, fragile e esile come un fuscello.
Improvvisamente si scoprì spavalda, ribelle, consapevole delle sue potenzialità. Cominciò a darsi degli obiettivi e a mettere in atto processi che potessero permetterle di raggiungerli.
Fu il periodo in cui cominciò a mettere sè stessa al centro dei suoi pensieri, dei suoi desideri: se non avesse imparato ad amare sé stessa, come avrebbe potuto pretendere che gli altri lo facessero al posto suo?
La vicinanza e la frequentazione di persone amiche che non avrebbe più dimenticato l'aiutarono a raggiungere ciò che ciascuno vorrebbe per sé: la consapevolezza di essere ciò che era, unica ed irripetibile, e accettarsi e amarsi così.

domenica 13 gennaio 2013

Possiamo...

Erano anni difficili, gli ultimi anni Settanta in Italia. "Anni di piombo" li avrebbero definiti, e quella definizione sarebbe poi finita sui libri di storia.
Forse per questo, in occasione del Capodanno, su una rivista femminile, apparve un vecchio articolo, risalente agli anni della seconda guerra mondiale, che conteneva un messaggio che cercava di trasmettere fiducia e speranza, nonostante tutto. Perché ci sono momenti in cui, per credere ed andare avanti, è necessario raccontarsi qualche sana bugia. Che, poi, forse, diventerà realtà.
"Bisogna credere nella vita: non assumere atteggiamenti scettici o sfiduciati.
Tu sai benissimo che si può essere felici:
perchè speri di esserlo,
perchè lotti per esserlo,
perchè sei convinta che lo sarai..."
"Credici, credici un po' di più, di più, davvero..." (Luciano Ligabue: "Ho perso le parole").
Crediamoci. Possiamo.
 
(Rielaborazione di un post già pubblicato il 21 maggio 2010 sulla piattaforma Splinder)

domenica 6 gennaio 2013

Non aveva capito niente...

"Hai saputo di lei?" le aveva chiesto, durante una delle loro conversazioni telefoniche, l'amica di sempre.
Le aveva risposto affermativamente, in modo piuttosto avventato, ritenendo di aver compreso a cosa alludesse l'amica di sempre. Non aveva aspettato di chiarire, di chiarirsi, sull'effettivo oggetto del discorso.
Era primavera.
Sul finire dell'anno, qualche giorno dopo Natale, durante una cena, ritornarono sul discorso.
E fu allora che, sgomenta, si rese conto che non aveva capito niente.

mercoledì 19 dicembre 2012

Certezze

"Non lo perdonerei mai!" afferma Cecilia durante una discussione in classe, quelle che partono dalla lettura di un brano antologico e si allargano su tematiche più o meno (o per nulla) attinenti alla vicenda trattata.
La discussione è scivolata sulla opportunità o meno di perdonare un tradimento (di un amico / di un partner, etc.).
La fiducia che si dà alle persone cui si vuole bene, sostiene Cecilia, non deve in alcun modo essere tradita. Ecco perché, afferma, non è disposta a perdonare. Per nessuna ragione al mondo.
La osservo attentamente mentre, infervorata, sostiene le sue argomentazioni che alcuni dei suoi compagni condividono, altri no.
Quello che mi colpisce è la perentorietà delle loro affermazioni. Incrollabili. Come se fossero assolutamente certe. Quando si hanno quindici anni, o giù di lì, si ha bisogno di certezze. E si afferma che mai e poi mai accadrà che ...
Poi, man mano che gli anni passano e la vita ci pone davanti a una serie di circostanze, può accadere che quelle certezze, che ritenevamo dogmi, vacillino.
E forse, anche se le auguro che mai accada, anche Cecilia, tra dieci, venti, trent'anni, sarà costretta a mettere in discussione le sue attuali certezze.
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎6 ‎dicembre ‎2009)

lunedì 3 dicembre 2012

Scrivere

Io ho sempre adorato scrivere, fin da bambina.
Mi piaceva già da allora mettere su carta i miei pensieri, le mie riflessioni, raccontarmi la mia vita o scrivere brevi storie.
Ricordo che d'estate, talvolta, quando ero in vacanza a casa della nonna, i suoi vicini di balcone aspettavano il momento che io leggessi il racconto che avevo appena scritto.
Poi mi riempivano di elogi. Non so se li meritassi davvero, quegli elogi. Certo, per loro era un modo per trascorrere quelle calde serate estive. Per me era un modo per esercitarmi. Per usare le parole, plasmarle, metterle al servizio delle emozioni.
Durante l'adolescenza ho riempito pagine e pagine di agende che fungevano da diari. Tre di quelle agende, diventate famosissime tra i miei amici più cari, se non altro perché le portavo sempre in giro con me, in una borsa di cuoio da cui non mi separavo mai, le bruciai il pomeriggio di un 31 dicembre.
Un po' mi dispiace, adesso, averle distrutte. Sarebbe stato interessante ricercare in quegli scritti l'adolescente che ero, i suoi sogni, i suoi desideri, le sue emozioni.
Ma forse é stato giusto così, allora. Continuavo a guardarmi indietro, rifiutando di fare delle scelte necessarie. In fondo, quello che sono adesso è anche il risultato di quel falò, in cui simbolicamente avevo distrutto il passato per incamminarmi verso nuove emozioni.
 

(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder domenica ‎11 ‎luglio ‎2010)

giovedì 29 novembre 2012

Logica, caso e superstizioni

"Non si può estrarre la logica dal caso" (Luigi Pirandello: "Il fu Mattia Pascal", 1904).
Non si possono confondere causalità e casualità.
Non possiamo far sì che l'Illuminismo sia passato invano.
Se, nonostante anni di studio e approfondimento, si continua a farsi oscurare la mente dalle tenebre dell'ignoranza e della superstizione, non c'è speranza di riscatto. E si sarà sempre ricattabili da chi vuol far credere che può dominare la vita (e la morte) di ciascuno di noi.
Ecco perché oggi, con gli studenti di quinta, sono uscita fuori dai gangheri. Ho avuto l'impressione di aver parlato invano in questi anni.
Delusa, frustrata, amareggiata. Mi sono sentita così. Le mie lezioni non sono servite proprio a nulla. Peccato!
Peccato dover sentire, nel 2012, che c'è chi, con un livello di istruzione superiore quasi raggiunto (almeno sulla carta) pretende di insegnare verità vissute sulla propria pelle, senz'altro, ma male interpretate: malocchi, fatture, demoni e streghe che gestiscono, grazie ai loro presunti poteri, la vita di chi non ne è dotato.
"Non ci posso credere!" Esclamerebbe la mia studentessa di qualche anno fa.
E anch'io non volevo crederci. E a un certo punto ho zittito, anche piuttosto bruscamente, chi continuava a parlare a scuola, in un luogo sacro, perchè destinato all'apprendimento e all'apertura della mente, di dicerie e fantasticherie di carattere prettamente medioevale. Nel 2012 (quasi 2013) d.C.. Non nel 1012 o 1013...
Che tristezza...

lunedì 12 novembre 2012

Canzoni da stiro

Tra i CD che adoro collezionare, c'è una nutrita schiera di quelli che contengono, come io le definisco, "canzoni da stiro". Si tratta sostanzialmente di canzonette degli anni '60 e, soprattutto, '70, che pochi ricordano e che periodicamente, a volte, vengono rievocate in trasmissioni televisive quali "I migliori anni" o "Meteore".
Gli interpreti e gli autori sono spesso, ai più, sconosciuti. Gruppi come i "Romans", gli "Homo Sapiens", "La bottega dell'arte" o le "Ciliegie amare"; interpreti come Michele Pecora, Sandro Giacobbe, Alan Sorrenti, Roberto Soffici o Viola Valentino.
L'aspetto bizzarro è che, trent'anni fa, quando queste canzoni venivano trasmesse da alcune radio locali "regional popolari", io le detestavo. Ma la nostalgia, che fa apparire migliore alcuni aspetti del passato, mi spinge ad acquistare queste canzoncine e ad ascoltarle quando stiro.
Ecco perché le definisco "le mie canzoni da stiro". Sistematicamente svolgo tale attività casalinga accompagnandola con quella che ritengo essere la sua adeguata colonna sonora. E spesso, perché no?, emulo la "donna" di "Ti amo" di Umberto Tozzi (1977) "che stira cantando".
"Parlerò di te nelle mie canzoni / Parlerai di me, delle nostre emozioni / L'emozione un giorno ti fa ricordare / E non sai scordare / Il sorriso suo / Quello che era mio / Ciò che ho perso /
Era lei / Poesie d'estate / Era lei / Dimenticate / Era lei / Nel fumo di una sigaretta lei / Era lei / Nei giorni allegri / Era lei / Nei gesti pigri / Era lei / Nel rosso di un tramonto c'era lei / Solo lei." (Michele Pecora: "Era lei", disco estate 1979, in " 1977 - 2007 I successi di Michele Pecora, Produzione Lontano Record, Distribuzione DELTADISCHI")
‎(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎29 ‎marzo ‎2009) 

domenica 11 novembre 2012

Cultura dominante (2) e cammelli

Di quella cultura dominante di cui si parla nel post precedente, mi sono nutrita fin dall'infanzia, per metterla in discussione negli anni del liceo.
Mio padre, ormai ottantenne, è un modello di uomo tradizionalista, per quanto sia, nonostante tutto, un poco più aperto di quanto non lo fossero o lo siano gli altri uomini della sua famiglia d'origine (anche coloro che attualmente hanno meno di trent'anni!)
Insomma, mio padre ha sempre ritenuto che non fosse cosa buona e giusta che una donna fosse molto istruita, un semplice diploma era anche abbondante. Una donna istruita è una donna che non piace agli uomini e difficilmente riuscirà a trovare un buon marito.
Ecco, il cruccio di mio padre era questo: nessun uomo, visto il mio caratteraccio e quella vis polemica, diventata man mano più raffinata grazie agli studi classici, mi avrebbe sposato.
Forse temeva di dovermi sopportare, tenendomi in casa per tutta la vita, avendo a che fare con i ragionamenti raffinati che da quando ho 14 anni diventano presto motivo di litigio tra noi, mentre mia madre tenta di mediare, implorandomi di non provocarlo, di non rispondere.
E io invece rispondo, come ho sempre fatto, sin da quand'ero una adolescente ribelle e "femminista" come egli, con disprezzo, mi definiva. Sosteneva che una donna deve rispetto al marito, sottomettendosi, naturalmente, e non permettendosi di rispondergli. Bisognava ricorrere un po' alla menzogna e alle arti seduttive tipicamente femminili per trovare un marito, diceva lui. "Non devi dire la verità, devi un po' imbrogliare, come sanno fare le donne, altrimenti, mettitelo in testa, scapperanno tutti!"
Non lo ascoltavo, nè avrei potuto farlo, convinta che nessuna sana relazione, anche solo amicale, si costruisce sulla menzogna, sull'apparenza, sulla falsità.
Quando gli ho presentato quello che sarebbe diventato mio marito, quasi non credeva ai suoi occhi. E per quanto non lo amasse molto (troppo diverso da lui, praticamente opposti) in cuor suo, a mio avviso, ha esultato come a me è capitato di fare quando l'Inter ha vinto la Champions League.
Mio padre ha sempre avuto difficoltà a capire le logiche che portavano mio marito a "sopportarmi", secondo quelli che sono i suoi parametri.
E qualche anno fa, forse perché l'età più anziana induce le persone a dire esattamente quello che pensano, proprio come fanno i bambini, ha evidenziato il suo punto di vista, che a me, a dire il vero, era già abbastanza chiaro.
E' accaduto durante le vacanze natalizie, durante o dopo, non ricordo bene, uno di quei lunghissimi pranzi che nella tradizione meridionale scandiscono i giorni tra Natale e Capodanno.
Improvvisamente, forse seguendo un suo pensiero, guardando me e il marito, mio padre ha esclamato: "Certo, tu (rivolgendosi a me) probabilmente l'avrai sposato per interesse, ma lui invece ti ama davvero, si vede proprio, e tu non lo ami come ti ama lui!"
Dopo un momento di gelo, seguito alle considerazioni paterne, mia madre l'ha guardato. "Ma che dici?!?!" ha esclamato. "Ma come ti permetti?" ho risposto io, piccata. Il tutto mentre il marito, cui per fortuna non manca il senso dell'umorismo, si sbellicava dalle risate insieme a mio fratello, commentando che nemmeno sua madre sarebbe stata capace di una simile e audace affermazione.
Non è finita qui. Qualche ora dopo, mentre commentavamo le abitudini berbere secondo cui un uomo che chiede in sposa una donna deve portare in dote al padre un certo numero di cammelli, mio padre, rivolgendosi al marito, ha esclamato: "Sono io che devo dare a te i cammelli!"
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎4 ‎luglio ‎2010) 

mercoledì 31 ottobre 2012

Le ragioni del cuore

"Se ne farà una ragione", gli aveva risposto, quando lui le aveva parlato di Marco, della sua sofferenza, della sua difficoltà ad accettare la loro separazione.
Marco era un suo collega e il suo migliore amico, gli dispiaceva non riuscire a far nulla per lui. E forse proprio per questo, quando l'aveva incontrata, le aveva parlato di lui.
Ora, di fronte a quella risposta, di fronte a quel "Se ne farà una ragione", era ammutolito e imbarazzato.
Ricordava di averli visti felici insieme, una coppia solida e complice che suscitava l'ammirazione (e a volte anche un po' di invidia) degli altri. E poi...
E poi tutto era finito. Senza nessun segnale. Improvvisamente. Come un uragano che aveva travolto la vita di coppia di Marco che, gli aveva raccontato, era convinto che lei era la donna della sua vita e con lei sarebbe rimasto per sempre. Gli aveva parlato di lei, dopo averla incontrata, proprio in questi termini: lei era la sua donna ideale, era una storia definitiva.
Ma in amore non esistono le definizioni. L'amore non si definisce. Ha bisogno di cure, quotidiane, costanti, continue. Altrimenti, come una pianta trascurata, muore.
Marco non aveva capito che quell'amore che credeva eterno si stava consumando nella noia quotidiana, nella certezza di una definizione. Aveva dato per scontato quell'amore.
Lei c'era, era lì per sempre. E, certo di questo, non aveva colto i segnali che lei, da un certo momento in poi, aveva cominciato a mandargli.
Usciva sempre più spesso, con un'amica. Con le amiche. Da sola. Comunque senza di lui.
A pensarci bene, a differenza del passato, non sembravano nemmeno più tanto solidi e complici.
Di quel periodo ricordava di averla incontrata qualche volta per caso. Da sola. O con qualche amica. Ricordava anche che, in un paio di quelle occasioni, lei si era lamentata dell'eccessivo carico di lavoro di Marco. "E' a casa, sta lavorando." oppure "Sai, lo vedi più tu di quanto non lo veda io."
Non aveva considerato quelle risposte fino a quando, una mattina di settembre, Marco era arrivato in ufficio in ritardo, scompigliato, trasandato, stravolto. "Mi ha lasciato." Gli aveva detto.
Erano passati cinque anni da allora. Quella coppia non esisteva più, almeno per l'anagrafe.
Tuttavia, nonostante fosse passato un po' di tempo, Marco non riusciva a farsene una ragione.
E come avrebbe potuto? Lui la amava. Di un amore definitivo. Che, una volta conquistato, non ha bisogno di cure. Lei c'era e ci sarebbe stata per sempre. Così aveva pensato lui, il giorno del loro matrimonio.
Tale era la sua convinzione. E questo, forse, gli aveva impedito di vedere negli occhi di lei un'ombra, quell'ombra che, a poco a poco, era diventato grigiore e noia.
Quella stessa convinzione gli aveva impedito di ascoltare i pianti notturni di lei, pianti soffocati per non farsi sentire da lui che, sereno come un angioletto, dormiva al suo fianco.
Era stato difficile per lei prendere atto di quanto stava accadendo. Ma i segnali c'erano. Tutti.
Non riusciva più a vedere negli occhi di Marco quelli del ragazzo che l'aveva incantata al primo sguardo, che l'aveva conquistata con la sua intelligenza e la sua creatività, che l'aveva fatta piangere di gioia e di timore che altre lo seducessero e glielo portassero via, che l'aveva avvolta magicamente e le aveva fatto credere di essere la più fortunata e la più felice di tutte le donne.
Lui la amava ancora. Era quello il suo modo di amare.  Ma lei non lo amava più. Aveva cercato di parlargliene ma lui non era stato capace di ascoltarla.
E quando, dopo aver meditato a lungo, aveva preso la sua decisione, una decisione irrevocabile, gliela aveva comunicata.
Era andata via.
"Se ne farà una ragione", aveva pensato.
Trascurando che, come aveva imparato leggendo "I pensieri" di Pascal, "il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce".