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domenica 16 novembre 2014

Il trionfo e gli effetti nefasti del "particulare"

"66. Non crediate a costoro che predicano sì efficacemente la libertà, perché quasi tutti, anzi non è forse nessuno che non abbia l'obietto agli interessi particulari: e la esperienza mostra spesso, e è certissimo, che se credessimo trovare in uno stato stretto migliore condizione, vi correrebbono per le poste" (Francesco Guicciardini: "Ricordi", edizione del 1530).
Già Guicciardini evidenziava che è propria della natura umana un'inclinazione individualistica tesa a salvaguardare i propri interessi personali.
Tale tendenza, vivendo in comunità, dovrebbe essere fronteggiata da regole e norme che impediscano che l'interesse individuale sovrasti quello collettivo, finendo poi, dopo aver privilegiato qualcuno a danno dei molti, per danneggiare tutti.
Quanto sta accadendo in questi giorni (e non ci si riferisce solo ai lutti e ai danni ingenti procurati dal maltempo in varie zone dell'Italia) sembra corroborare ciò che si è appena affermato.
Che la natura umana tenda a salvaguardare sé stessa piuttosto che la comunità ci può anche stare. Tuttavia, decenni di malgoverno in cui hanno trionfato gli interessi individuali più beceri, la spocchia e l'arroganza di incompetenti posti a occuparsi di ciò che non conoscevano, la superficialità e il pressappochismo diffuso, supportato da leggi che hanno teso a cancellare o a sanare le malefatte, tangenti e corruzione, il tutto a danno della collettività, non sono accettabili, per quanto sia, di fatto, andata così. E nonostante molti abbiano accettato (e continuino ad accettare) tale sistema, nella convinzione, forse, che avrebbe prima o poi favorito (o favorirà) anche i loro interessi, improvvisamente qualcosa è cambiato.
La Natura, che mai ha sopportato di essere violentata senza poi ribellarsi, ha cominciato a sfogarsi contro chi l'ha umiliata, l'ha sacrificata, l'ha ignorata. Continuerà a farlo finché gli uomini e le donne tutte non accetteranno l'idea che pensare di sfuggire alle leggi di Natura senza pagarne il conto, con interessi altissimi, non è proprio possibile.

domenica 14 settembre 2014

Il trenino a scartamento sociale

Il Natale del 1969 lo ricordo da sempre per due eventi che lo hanno caratterizzato. Il primo evento è stato il coronamento di un sogno di bambino, mentre il secondo ha rappresentato un passo verso la crescita di quel bambino.
Quell'anno dicembre arrivò come sempre con i suoi riti: la chiusura della scuola per le vacanze natalizie, l'affannarsi di mia madre a preparare i dolci della tradizione unito ad  un ciclo di pulizie extra della casa sotto l'egida del “caso mai viene qualcuno”.
Io avevo sette anni e pregustavo, come tutti i bambini di quella età, l'arrivo del Natale con l'aspettativa del regalo e delle serate da passare in piedi sino a tardi con gli adulti.
Quell'anno però era successa una cosa straordinaria per il mio paese di origine. Immediatamente dopo l'estate, come riflesso ritardato del boom economico, era stato aperto nel centro della città il magazzino Standa.
In pratica l'apertura del punto Standa rappresentò una novità per tutti, ma in particolare per noi bambini dell'epoca, in quanto all'interno era presente il reparto giocattoli. A ripensarci oggi mi viene quasi da ridere se considero le dimensioni degli odierni Centri Commerciali, ma per quegli anni era quanto di più spettacolare si potesse vedere. 
Il reparto giocattoli si componeva di due scaffali contrapposti lunghi alcuni metri nei quali erano esposti i giocattoli.
Sino ad allora i giocattoli erano acquistabili presso l'unico negozio presente in città oppure sulle bancarelle del mercato settimanale, ma mai si era visto un tale assortimento.
La cosa ancora più straordinaria fu che per tutto il mese di dicembre furono allestiti dei tavoli dove alcuni giocattoli erano fruibili   e,  udite udite, si potevano toccare e ci si poteva giocare.
Io rimasi affascinato da tutta quella novità ed alla fatidica domanda “Cosa chiedi a Babbo Natale?” io  espressi il mio desiderio di avere in regalo un trenino elettrico.
Arrivò la tanto sospirata notte di Natale e con  essa il momento di ricevere i regali. Babbo Natale mi aveva ascoltato, beh, non proprio bene, sarà stato per via dell'età.....
Mi fu regalato un trenino con carica a molla che girava lungo dei binari di plastica formanti  un ovale non più grande del tavolo della cucina.
Io ero contento lo stesso e giocai quasi ininterrottamente per i giorni seguenti.
Con una scatola di scarpe che forai sui lati dotai la mia personale linea ferroviaria di una rudimentale galleria.
Dopo alcuni giorni ebbi l'occasione di andare a casa di un mio compagno di classe per fare insieme i compiti assegnati per le vacanze, e la prima cosa che mi disse accogliendomi in casa fu che come regalo di Natale aveva ricevuto un trenino.
Sul momento io risposi che anche io avevo ricevuto lo stesso regalo, ma fu quando vidi il suo trenino che mi accorsi che i due oggetti, pur appartenendo allo stesso concetto di giocattolo, erano sostanzialmente diversi.
Il suo trenino era bellissimo. Era tutto in metallo e correva su dei binari di acciaio scintillante, inoltre l'intero trenino era collocato all'interno di un plastico che riproduceva un paesaggio alpino con tanto di montagna attraversata da un tunnel nel quale il trenino passava illuminando l'interno con i suoi piccoli fari anteriori.
Insomma, un abisso tra il mio trenino e quella meraviglia, e mi resi rapidamente conto che nonostante l'essere seduti nello stesso banco ed indossare il grembiule dello stesso modello e colore le uguaglianze finivano li e che quel trenino era a “scartamento sociale”.
 
(Ringrazio Anonimo che mi ha fornito questo testo autorizzandomi a pubblicarlo qui)
 
 

 

 

domenica 3 agosto 2014

Ora però basta!

"Ora però basta!" continuiamo a ripetere nelle più disparate situazioni e l'espressione sembra essere diventata un mantra che dovrebbe miracolosamente liberarci da tutti i nostri mali, individuali e/o sociali, che quotidianamente ci affliggono.
La verità, però, è che spesso non si fa nulla di concreto perché ciò che ci disturba possa davvero essere eliminato.
Spesso si dimentica che le situazioni che si vivono non sono altro che il risultato di scelte, più o meno consapevoli, precedenti.
La superficialità, l'inettitudine, l'incompetenza, la brama di guadagno, la cocciutaggine, l'irresponsabilità, l'ignoranza, per esempio, possono condizionare le nostre azioni e le nostre scelte quotidiane, fino al punto di trascinarci, a volte, in situazioni antipatiche o, ancor peggio, oscure e pericolose quando non tragiche.
Eppure basterebbe poco per evitare di incappare in situazioni, individuali o collettive, spiacevoli.
Occorrerebbe che tutti, fin dalla più tenera età, imparassero a rispettare sé stessi e gli altri, meditando prima di prendere una decisione, anche la più banale, magari, e riflettendo, studiando, approfondendo le questioni senza farsi tentare dalle vie più brevi ma oscure e restando sempre consapevoli che vivendo si può e si deve giocare, soprattutto quando si è bambini, ma giocare con la propria vita e con la vita degli altri non è mai giustificabile, a qualunque età.

martedì 29 luglio 2014

Il vento del Nord

Una sensazione di libertà, rispetto e tolleranza per l'altro e per le sue scelte di vita.
Il vento tra i capelli, lo stesso vento capace, nel giro di pochi minuti, di sgombrare il cielo di nuvole o di ammassarle, provocando un violento acquazzone.
La tranquillità e la felicità di un popolo che risulta essere, dalle statistiche, uno dei più felici, forse perché si accontenta delle cose semplici ma essenziali, un po' come accadeva in Italia intorno alla metà degli anni '60.
Furono queste, tre anni fa, le emozioni regalatemi dalla vacanza estiva in Danimarca.
 
 

lunedì 7 luglio 2014

Roma capitale. Ma de che?

"Fuori dall'Europa ci siamo già" ho continuato a pensare durante i giorni trascorsi recentemente a Roma.
Roma è la città che da giovane adoravo, in cui avrei voluto studiare, lavorare e vivere. Per qualche tempo, una ventina d'anni fa, l'ho anche fatto. E già allora, confrontati i tempi biblici di spostamento da un punto all'altro della città, convenni che era adatta ai turisti, alle persone di spettacolo, forse anche ai politici ma non sicuramente a chi, quotidianamente, doveva tirare avanti la carretta come un comune mortale.
Ancora meno adatta mi è parsa la Capitale durante l'ultimo recente soggiorno.
Sporchissima, anche nelle vie del centro (non parliamo delle periferiche!); incapace di sostenere il flusso dei turisti da cui è invasa; un cantiere a cielo aperto, dal Colosseo a Fontana di Trevi passando per via dei Fori Imperiali, il Vittoriano, la Barcaccia di Piazza di Spagna.
Muoversi con un trolley sembra un'impresa su marciapiedi ostruiti da auto e privi di scivoli, altrimenti occupati dalle auto parcheggiate, in barba a tutte le norme contro le barriere architettoniche.
Le bellezze di Roma le ho apprezzate solo grazie agli affetti che in quella città mi restano. Grazie a loro ho riscoperto il piacere di rivedersi a distanza, più o meno lunga, di tempo.
Ho scoperto un quartiere, la Garbatella, di cui mi sono immediatamente innamorata.
Ho visitato una mostra, "Pasolini Roma" che mi ha letteralmente incantato.
Ma è troppo poco per una città, troppo poco per la Città che si definisce Capitale. Troppo poco per essere la capitale di una nazione europea all'avanguardia, come aspirerebbe ad essere.

 






 

sabato 28 giugno 2014

Il Monti e i buoni maestri

La mia insegnante di italiano del liceo mi chiamava così: "il Monti".
"Chiediamo al "Monti"" diceva, rivolgendosi ironicamente a me.
Sosteneva che fossi una voltagabbana, pronta a salire sempre sul carro del vincitore, proprio come l'illustre letterato che lei detestava.
Non ero e non sono una voltagabbana. E quel soprannome mi indignava molto.
Rivendicavo e rivendico il diritto di cambiare opinione e pretendo di non essere condizionata dal gruppo di appartenenza. Rivendicavo e rivendico il diritto di essere un "cane sciolto".
Fanno paura i cani sciolti. Liberi, senza un padrone, chi può controllarne le gesta dato che non sono addomesticati? Meglio chiamare subito l'accalappiacani.
O umiliarli, insultarli, degradarli.
Come faceva la mia insegnante maonista (e forse anche un po' stalinista).
Aveva uno sguardo imperscrutabile. Noi studenti, però, durante le interrogazioni, quando ci guardava avevamo l'impressione che pensasse: "Questo qui è proprio scemo!".
Non sono mai riuscita a capire che cosa realmente pensasse di me finchè un giorno, all'inizio del terzo liceo, restituendomi il compito su Manzoni in cui mi aveva dato "cinque e mezzo", mi chiese:
"Che cosa è successo? Ti ho trovato davvero poco ispirata! Non è il tuo solito tema, non è la tua scrittura".
Le risposi che Manzoni non mi piaceva per niente.
Quel voto, in effetti, era il voto più basso che lei avesse mai assegnato a un mio tema. Di solito prendevo tra il sei e il sette. Mai di più. Oltre il sette e mezzo o l'otto (appannaggio esclusivo della più brava della classe) lei non andava mai.
Quel giorno pensai che, in fondo, le piaceva come scrivevo.
La sorpresa piacevole arrivò solo agli esami di maturità. Mi guardò fiera mentre il presidente della commissione, un insegnante di italiano, si complimentò con me per aver svolto uno dei migliori temi di letteratura tra tutti gli studenti dell'istituto.
Era il 14 luglio del 1980.
Da allora non ho più visto la mia insegnante del liceo.
Mi ha "fatto tribolare", come sono soliti dire i miei attuali studenti, ma io le sono davvero grata. Mi ha insegnato tanto. L'ho apprezzata, stimata, adorata.
Ancora, nei primi anni di insegnamento, soprattutto quando mi erano state assegnate delle classi difficili, sognavo spesso di entrare in classe e scoprire di essere ancora al liceo e di dover essere interrogata da lei, dalla mia insegnante di italiano.
Che mi aveva insegnato ad essere forte, proprio con la sua ironia. Mi aveva insegnato a credere e a difendere le mie opinioni. A costo di essere ridicolizzata.
(Post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 24 marzo 2010)

martedì 6 maggio 2014

Non è una malattia

Sentii parlare di omosessualità, per la prima volta, nel novembre del 1975. Intendo dire che ne sentii parlare in modo serio, senza risolini o battutacce, quelle che tanto piacciono agli uomini di tutte le età.
Il 2 novembre 1975 era stato ucciso Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi, "diciassettenne legato al mondo della prostituzione maschile" (come si legge su "L'Italia del '900 - 1972 - 1975" di Enzo Biagi in collaborazione con Loris Mazzetti, Rizzoli, Milano, 2007, pag. 219), aveva confessato di essere l'assassino.
Io frequentavo la quarta ginnasio. La mia insegnante di lettere ce ne parlò e ci invitò a leggere quotidiani e riviste per documentarci sull'argomento. Già da allora emergevano forti dubbi e interrogativi su quello che potesse essere davvero accaduto. Tuttavia ciò che, soprattutto su certa stampa, si tendeva a mettere in evidenza, erano le abitudini sessuali di Pasolini. Non la sua lucidità e la sua perspicacia intellettuale.
Lo confesso. Io, all'epoca, non leggevo molto i quotidiani, se non la "Gazzetta" locale. Ugualmente, tra i settimanali, mi informavo su "Famiglia Cristiana", "Gente", "Oggi" e (mi vergogno un po' ad ammetterlo adesso, ma è così) "Bolero telefilm", ovvero i giornali che trovavo in casa mia.
Così, quando l'insegnante ci assegnò un tema di attualità sull'argomento ed io, alla luce delle mie fonti, scrissi che, in fondo, bisognava compatire Pasolini perché era malato di omosessualità, mi ritrovai con il compito corretto dall'insegnante che, a margine di tale affermazione, aveva scritto, in rosso e a caratteri cubitali: "Non è provato che l'omosessualità sia una malattia, può essere una libera scelta dell'individuo che asseconda una sua naturale tendenza!".
Restai confusa. Per qualche mese non mi interessai più della questione, anche se, studiando, scoprivo man mano che molti grandi personaggi della storia avevano questa malattia o tendenza, come affermava la mia insegnante: Leonardo da Vinci, Michelangelo, Alessandro Magno, ecc..
Non solo: nell'antichità greca e romana il rapporto più sublime e nobile era considerato proprio quello tra due uomini e non quello tra un uomo e una donna, che si accoppiavano spesso solo per procreare.
Accadde poi che qualche mese più tardi, era la primavera del 1976, il collettivo studentesco organizzò un incontro pomeridiano sull'omosessualità all'interno del nostro istituto. Oltre al preside e agli insegnanti, erano presenti esperti e si annunciava anche la presenza di chi avrebbe fornito la propria testimonianza in proposito.
Come molti, anch'io avevo in mente la macchietta tipica dell'omosessuale: una persona effeminata, volutamente provocatoria e anche un po' ridicola e patetica. Mi aspettavo fosse così la persona che avrebbe parlato della sua esperienza.
Con meraviglia invece scoprii che proprio il giovane uomo più bello e più "maschio", quello che tutte le ragazze avevano notato al suo ingresso, quello che pensavamo fosse un medico o uno psicologo appetibile (non aveva la fede!) era una "checca".
Esordì proprio così: "Salve, mi chiamo Mario e sono una checca."
Proseguì con il racconto della sua vita, quello di chi si sente rifiutato in primo luogo dai genitori ovvero da chi dovrebbe amarlo per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse. E poi una vita ai margini, con il terrore e l'angoscia di chi non riesce e non può essere sé stesso. E allora la frequentazione di certi ambienti marginali e squallidi diventa quasi una necessità, come se ci si volesse punire per la propria diversità, per la propria "malattia". Un dramma individuale, prima che un dramma sociale. Soprattutto perché non ci si sente compresi. Soprattutto perché c'è chi si ostina a dire che si può guarire. O che ci si deve tenere, senza ostentare o fingendo, la propria diversità. Come se la diversità fosse una colpa anziché una ricchezza, un'occasione di confronto per sfuggire all'omologazione.
Questo ho imparato in quel pomeriggio del 1976.
Ho imparato che rispettare gli altri significa rispettare la loro libertà. Un bene prezioso che tutti hanno il diritto di esercitare senza ledere la libertà altrui.
(Post già pubblicato il 6 febbraio 2009 sulla piattaforma Splinder)

giovedì 1 maggio 2014

Per giorni e giorni...




Per giorni e giorni senza che nulla accadesse.
Il mare vuoto, vuota agitazione
di memorie e di membra senza attesa.
E un giorno tu compari sull'orizzonte.
Due punti che si guardano da lontano.
Quanto spiarsi, come cose immortali!

Vittorio Bodini, "Appunti di poesia", 1943 -1961
Pubblicato in: Vittorio Bodini: "Poesie (1939 -1970)", Congedo Editore, Galatina, 1980 su licenza Arnoldo Mondadori Editore, pgg. 5 -6.

martedì 29 aprile 2014

Rosa


Aveva il nome di un fiore. Mi colpi per la sua esuberanza, la sua vivacità, la sua simpatia.
Io frequentavo il terzo liceo, lei si era appena iscritta al quarto ginnasio ma fu impossibile non notarla. Cominciai a frequentarla, nonostante i cinque anni che ci dividevano e che allora sembravano un'infinità, l'anno successivo, quando io ero già all'università e lei aveva appena finito l'anno scolastico. Mi presentò quella che sarebbe diventata, per qualche anno, una delle mie più care amiche.
Con lei, con Rosa, eravamo sì amiche ma non così confidenti. Mi divertiva tanto e mi sorprendeva il modo in cui riuscisse, nonostante gli affanni che la vita le aveva riservato, ad essere sempre ottimista e sorridente.
La sua mamma era morta quando ella aveva solo otto anni e lei viveva con il padre, il nonno, il fratello e un cagnolino bianco cui io, per la mia esagerata ed incontrollabile paura dei cani, mi avvicinavo sempre con timore.
"Mi hai salvato la vita!" mi disse, riconoscente, il giorno in cui io, istintivamente, le avevo afferrato, quasi strattonandola, il bavero del cappotto per impedire che finisse sotto un'auto mentre attraversavamo la strada.
Ma, evidentemente, il suo destino era quello di andarsene precocemente.
Scoprì di essere ammalata. Lottò con tutte le sue forze e continuò ad affrontare la vita e la chemioterapia con lo stesso entusiasmo e lo stesso ottimismo che aveva da ragazzina. Lo faceva per sè, per i suoi figli, per il marito, per quanti le volevano bene.
Io non la frequentavo più da anni ma ricevevo sue notizie dalla mia migliore amica. Fui felice quando quest'ultima mi disse che sì, le cure stavano avendo effetto, Rosa era guarita.
Fu un'illusione. Nel novembre 2007 Rosa se n'è andata. Non aveva ancora quarant'anni.
Per me rimane la ragazzina entusiasta e serena che mi guarda da una foto in bianco e nero scattata e sviluppata dal nostro amico comune appassionato di fotografia. Siamo sulla soglia di uno dei più importanti alberghi della cittadina in cui vivevamo, al centro c'è Mike D'Antoni che all'epoca giocava nella Billy di Milano e che quel pomeriggio avrebbe affrontato la squadra locale di basket.
Rosa aveva preso sottobraccio con naturalezza D'Antoni, incuriosito e disponibile. "Io voglio stare vicino a lui!" aveva immediatamente preteso.
Intorno poi ci siamo tutti noi, il nostro piccolo gruppo di amici che per qualche anno aveva attraversato insieme, tra sorrisi e tristezze, gli anni difficili dell'adolescenza e della prima maturità.

sabato 19 aprile 2014

H 24



Lo sviluppo e la diffusione sempre maggiore delle nuove tecnologie richiedono un ripensamento sulle condizioni lavorative che, soprattutto per certe mansioni, rischiano di diventare una vera e propria schiavitù per il lavoratore che, dotato di smartphone, finisce per essere, 24 ore su 24, a completa disposizione del datore di lavoro, dei clienti o di tutti coloro che, avendo bisogno di contattarlo, si sentono autorizzati a farlo in qualunque momento della giornata.

 Così, lo studente che ha necessità di un chiarimento,  non esita a contattare l'insegnante e ugualmente farà il datore o il collega di lavoro, senza farsi scrupolo di considerare che, come tutti, il periodo di riposo per ciascuno di noi è un diritto, oltre che un dovere. Staccare il cervello dalle fatiche quotidiane, dalle incombenze lavorative, è una vera e propria necessità. Le vacanze, le ferie, sono state pensate proprio per questo. Non si può pensare di lavorare 365 giorni all'anno per 24 ore su 24. Il lavoro intellettuale rischia di diventare un lavoro a tempo pieno che non si interrompe mai e non contempla giorni festivi e feste comandate.

martedì 1 aprile 2014

Inganni

Capisco tutto. Capisco che con la disoccupazione al 13% per cento si accetti di fare un lavoro che consiste nel telefonare e bussare casa per casa per proporre un contratto luce - gas più vantaggioso. Capisco che si possa insistere perché magari la retribuzione si basa sulle provvigioni.
Capisco tutto.
Ma non accetto e ritengo davvero disgustoso, meschino e riprovevole che si carpiscano contratti con l'inganno, soprattutto quando vittime di questi inganni sono le persone più deboli, più sole, più anziane.
Vergogna, vergogna, vergogna!

http://www.dpdc.it/viewtopic.php?f=30&t=207

domenica 21 aprile 2013

Parole e silenzi assordanti

Quando le parole non bastano più, si tace. Si tace perché si è stanchi di urlare la propria rabbia, la propria delusione, il proprio disincanto, la propria inquietudine.
Si tace perché ci si rende conto che parlare darebbe adito ad equivoci, sarebbe occasione per fomentare un litigio, l'ennesimo, figlio di incomprensioni e di interpretazioni che non coincidono nelle intenzioni di chi parla e di chi ascolta.
Si tace. E quel silenzio diventa sempre più assordante. E' una porta che si apre e si richiude, silenziosamente. E' una rabbia che cova e che sale sempre più in alto, sempre più, fino, a volte, precipitare malamente. Un gesto, forse un volo. E poi solo un assordante silenzio.

mercoledì 3 aprile 2013

La mia Germania

Forse è vero che, al di là del luogo in cui ciascuno nasce, ce n'è uno che, per affinità elettive, ci assomiglia e a cui, per questo, ci si sente più legati.
Il mio luogo del cuore è la Germania. Scoperta per caso, in verità, quando, in occasione della scelta del corso di lingua straniera da seguire obbligatoriamente optai per il tedesco piuttosto che per il francese o l'inglese. Si trattava di una scelta di comodo, in realtà: il corso di tedesco prevedeva un insegnamento di base, per principianti, a differenza degli altri due, strutturati per chi avesse già qualche conoscenza della lingua. Inoltre, il corso era frequentato da pochissimi studenti. Alle lezioni ci si trovava, ad esagerare, in dieci persone, e tutto questo favoriva l'apprendimento.

Fu allora che iniziai a conoscere la Germania, superando pregiudizi e stereotipi che appartenevano e tuttora appartengono all'immaginario collettivo.
Approfondii la conoscenza dei filosofi e dei pedagogisti tedeschi, apprezzai la musicalità e la dolcezza della lingua apparentemente dura, se legata alla tradizione della filmografia in cui il tedesco, rigoroso e senz'anima, non è altro che il carnefice nazista.
Visitandola, con il tempo, mi sono sempre più affezionata a questa terra rigorosa e precisa che sa amare la vita, a volte in modo eccessivo, ma che ama le regole e cerca di rispettarle e, quando non lo fa, ammette di averle infrante e se ne assume la responsabilità.
Berlino, la capitale, che ancor oggi porta con fierezza i segni del suo recente passato, è, a mio avviso,  il simbolo di un modo di essere che apprezzo e mi appartiene: la capacità di fare i conti con il passato, analizzandolo, senza negarlo o dimenticarlo, lavorando sul presente per costruire il futuro.

 

venerdì 8 marzo 2013

Oltre le mimose...

... ci sono le violenze quotidiane spinte, in alcuni casi, fino all'omicidio; ci sono gli stereotipi e i pregiudizi che dividono le donne in buone e cattive mogli, madri; ci sono le fatiche di uscire da una mentalità gretta e meschina, ancora più arretrata rispetto a quella di oltre trenta anni fa.
Non festa, dunque, ma giornata, l'8 marzo, per riflettere contando gli anni che ancora separano da una vera parità.
Niente mimose, niente festa, niente auguri.

mercoledì 13 febbraio 2013

Non sopporto...

- l'arroganza di chi pretende di imporre il proprio modello di vita, le proprie idee, i propri principi insultando e disprezzando chi non la pensa come lui
- la falsità e l'ipocrisia di chi nasconde la propria meschinità dietro principi che poi, sistematicamente, viola
- l'intolleranza e la maleducazione
- la protervia di chi crede che conti solo il denaro e che tutto possa essere comprato
- la superbia di chi si fregia della sua ignoranza e in nome di quest'ultima disprezza la cultura e il piacere del sapere
Il vero problema è che, da almeno tre lustri, sono questi i comportamenti e i valori diffusi sul territorio nazionale. E poi ci si chiede come superare la crisi...
Le crisi, in primo luogo, le si superano se si ha un progetto. Meglio ancora se tale progetto è illuminato da valori etici. Tutto il resto sono vuote chiacchiere da bar o da talk show.
 
(Rielaborazione di un vecchio post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 2 ‎dicembre ‎2008)

Narrazione e narratori

Ci sono persone che sembrano nate per narrare. E non c'è niente di meglio che stare ad ascoltarle o a leggerle, intrigati dalla loro narrazione accattivante, avvolgente, che consente di vedere luoghi inesplorati, personaggi mai incontrati, situazioni sconosciute come se fossero davvero vissute.
Al di là nei narratori famosi, io ho la fortuna di conoscere persone così.
Fini cesellatori dell'arte del narrare la cui abilità, a volte, nascondono anche a sé stessi o rivelano solo a pochi privilegiati.
(Post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 23 luglio 2010)

sabato 26 gennaio 2013

Consapevolezze

Scoprì di essere forte intorno ai vent'anni.
Fino ad allora era convinta di essere timida, incapace, fragile e esile come un fuscello.
Improvvisamente si scoprì spavalda, ribelle, consapevole delle sue potenzialità. Cominciò a darsi degli obiettivi e a mettere in atto processi che potessero permetterle di raggiungerli.
Fu il periodo in cui cominciò a mettere sè stessa al centro dei suoi pensieri, dei suoi desideri: se non avesse imparato ad amare sé stessa, come avrebbe potuto pretendere che gli altri lo facessero al posto suo?
La vicinanza e la frequentazione di persone amiche che non avrebbe più dimenticato l'aiutarono a raggiungere ciò che ciascuno vorrebbe per sé: la consapevolezza di essere ciò che era, unica ed irripetibile, e accettarsi e amarsi così.

domenica 13 gennaio 2013

Possiamo...

Erano anni difficili, gli ultimi anni Settanta in Italia. "Anni di piombo" li avrebbero definiti, e quella definizione sarebbe poi finita sui libri di storia.
Forse per questo, in occasione del Capodanno, su una rivista femminile, apparve un vecchio articolo, risalente agli anni della seconda guerra mondiale, che conteneva un messaggio che cercava di trasmettere fiducia e speranza, nonostante tutto. Perché ci sono momenti in cui, per credere ed andare avanti, è necessario raccontarsi qualche sana bugia. Che, poi, forse, diventerà realtà.
"Bisogna credere nella vita: non assumere atteggiamenti scettici o sfiduciati.
Tu sai benissimo che si può essere felici:
perchè speri di esserlo,
perchè lotti per esserlo,
perchè sei convinta che lo sarai..."
"Credici, credici un po' di più, di più, davvero..." (Luciano Ligabue: "Ho perso le parole").
Crediamoci. Possiamo.
 
(Rielaborazione di un post già pubblicato il 21 maggio 2010 sulla piattaforma Splinder)

domenica 6 gennaio 2013

Non aveva capito niente...

"Hai saputo di lei?" le aveva chiesto, durante una delle loro conversazioni telefoniche, l'amica di sempre.
Le aveva risposto affermativamente, in modo piuttosto avventato, ritenendo di aver compreso a cosa alludesse l'amica di sempre. Non aveva aspettato di chiarire, di chiarirsi, sull'effettivo oggetto del discorso.
Era primavera.
Sul finire dell'anno, qualche giorno dopo Natale, durante una cena, ritornarono sul discorso.
E fu allora che, sgomenta, si rese conto che non aveva capito niente.

mercoledì 19 dicembre 2012

Certezze

"Non lo perdonerei mai!" afferma Cecilia durante una discussione in classe, quelle che partono dalla lettura di un brano antologico e si allargano su tematiche più o meno (o per nulla) attinenti alla vicenda trattata.
La discussione è scivolata sulla opportunità o meno di perdonare un tradimento (di un amico / di un partner, etc.).
La fiducia che si dà alle persone cui si vuole bene, sostiene Cecilia, non deve in alcun modo essere tradita. Ecco perché, afferma, non è disposta a perdonare. Per nessuna ragione al mondo.
La osservo attentamente mentre, infervorata, sostiene le sue argomentazioni che alcuni dei suoi compagni condividono, altri no.
Quello che mi colpisce è la perentorietà delle loro affermazioni. Incrollabili. Come se fossero assolutamente certe. Quando si hanno quindici anni, o giù di lì, si ha bisogno di certezze. E si afferma che mai e poi mai accadrà che ...
Poi, man mano che gli anni passano e la vita ci pone davanti a una serie di circostanze, può accadere che quelle certezze, che ritenevamo dogmi, vacillino.
E forse, anche se le auguro che mai accada, anche Cecilia, tra dieci, venti, trent'anni, sarà costretta a mettere in discussione le sue attuali certezze.
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎6 ‎dicembre ‎2009)