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martedì 1 aprile 2014

"La Tigre è ancora viva"

"Adesso basta! Dobbiamo batterci!
[...] La Tigre è ancora viva!"

(Sandokan - Sceneggiato RAI - Regia di Sergio Sollima - 1976)

https://www.youtube.com/watch?v=2pyFLGbM3kY

sabato 29 marzo 2014

"Saluto l'inverno"

"Ecco la novità
al mio risveglio
è arrivata da un altro pianeta
un'insolita ebbrezza"
(Paola Turci: "Saluto l'inverno")



http://www.youtube.com/watch?v=qYRCDcEVyf4

domenica 21 aprile 2013

Parole e silenzi assordanti

Quando le parole non bastano più, si tace. Si tace perché si è stanchi di urlare la propria rabbia, la propria delusione, il proprio disincanto, la propria inquietudine.
Si tace perché ci si rende conto che parlare darebbe adito ad equivoci, sarebbe occasione per fomentare un litigio, l'ennesimo, figlio di incomprensioni e di interpretazioni che non coincidono nelle intenzioni di chi parla e di chi ascolta.
Si tace. E quel silenzio diventa sempre più assordante. E' una porta che si apre e si richiude, silenziosamente. E' una rabbia che cova e che sale sempre più in alto, sempre più, fino, a volte, precipitare malamente. Un gesto, forse un volo. E poi solo un assordante silenzio.

sabato 26 gennaio 2013

Consapevolezze

Scoprì di essere forte intorno ai vent'anni.
Fino ad allora era convinta di essere timida, incapace, fragile e esile come un fuscello.
Improvvisamente si scoprì spavalda, ribelle, consapevole delle sue potenzialità. Cominciò a darsi degli obiettivi e a mettere in atto processi che potessero permetterle di raggiungerli.
Fu il periodo in cui cominciò a mettere sè stessa al centro dei suoi pensieri, dei suoi desideri: se non avesse imparato ad amare sé stessa, come avrebbe potuto pretendere che gli altri lo facessero al posto suo?
La vicinanza e la frequentazione di persone amiche che non avrebbe più dimenticato l'aiutarono a raggiungere ciò che ciascuno vorrebbe per sé: la consapevolezza di essere ciò che era, unica ed irripetibile, e accettarsi e amarsi così.

lunedì 16 gennaio 2012

Vecchi post: "Chissà se mi ritroverai"

Suonavano le note di questa canzone mentre la loro storia, iniziata poco meno di due mesi prima, finiva. Sembrava una storia importante così come appaiono, nell'entusiasmo dell'innamoramento adolescenziale, tutte le storie. O, almeno, lei credeva che fosse una storia importante.

Invece erano troppo diversi: per lei l'impegno veniva prima di ogni cosa. L'impegno verso ogni sua attività: prendeva tutto sul serio. Lui invece era più leggero, meno integralista, più possibilista. Continuarono a restare amici, tuttavia, per qualche tempo. Lui l'accompagnò, il pomeriggio del 31 dicembre di qualche anno dopo, in riva al mare, a distruggere, con un falò, i  tre diari-agenda su cui lei si era raccontata la sua vita degli ultimi tre anni. Un gesto simbolico per voltare pagina.

Del resto, anche lui continuava a raccomandarle di volersi più bene ed essere ancora più esigente con gli altri, piuttosto che con se stessa, di quanto già non lo fosse.

Dopo quella volta si videro solo sporadicamente e poi si persero di vista.





“Chissà se mi ritroverai” Gianni Togni (1980)




Amore com’era facile da dire
amore da solo non sapevo mai che fare
quando ogni giorno
aveva il tuo nome

Amore cercare sempre di cambiare insieme
amore chiedersi tutto senza aver pudore
ci siamo persi tra la gente
di te non so più niente

Chissà se mi ritroverai
ed io saprò farti capire
cosa sei stata amore
in qualche piccola stazione
in qualche posto senza cuore
con l’aria di chi sta lì per errore
chissà se mi troverai

Amore era la cosa più normale
amore e mi domando adesso che rimane
di quelle notti
delle nostre parole

Amore la realtà non mi fa più paura
amore nella mia testa non c’è confusione
niente da perdonare
né da dimenticare

Chissà se mi ritroverai
così per caso sulla strada
che strana questa vita
in una sera come tante
in un’estate già finita
di me allora che penserai
chissà se mi ritroverai

Chissà se mi ritroverai
se parleremo un po’ di noi
come buoni amici
in qualche piccola città
nascosti dentro qualche bar
con le tue incertezze con la mia età
chissà se mi ritroverai

(Già pubblicato su altra piattaforma l'11 maggio 2010)

vecchi post: "una profe strana"

"Profe, Lei è strana!" - mi dicono ogni tanto gli alunni, dopo essere entrati in confidenza con me, più o meno un paio di mesi dopo il primo nostro incontro in classe.
Naturalmente ogni volta indago. E chiedo in che cosa consista il mio "essere strana".
"Sembra cattiva ma invece è buona" - dicono loro, spiegando che al primo incontro li intimorisco: uso il Lei per rivolgermi loro, ho lo sguardo serio, a volte accigliato, controllo che stiano tutti seguendo, non li lascio ascoltare la loro musica ("Perchè, con gli altri insegnanti succede?" chiedo io. Ahimè, succede...) e li faccio lavorare davvero. "Però poi invece è divertente" e proseguono sostenendo che non si aspetterebbero, date le premesse, una profe che, sfidando le indicazioni del Dirigente Scolastico - fa ascoltare musica in classe, tutti insieme, analizzandone i testi, o discutere su problematiche definite da loro interessanti (lo sono anche per me, chiaramente): stereotipi e pregiudizi nella differenza di genere (tra uomini e donne, per intenderci!), la difficoltà di crescere, l'inquietudine esistenziale (affrontando contemporaneamente lo studio della grammatica e dei classici della letteratura!).
"E poi Lei piange troppo, profe!" e qui, di solito, scoppia il putiferio. "Cosa c'entra che piange! E' una bella cosa!". "Sì, ma una profe seria non piange!". "Per quello è strana!".
Ecco, ora devo ammetterlo pubblicamente: io mi emoziono e, in alcune circostanze, mi commuovo fino alle lacrime: ad esempio, quando leggo il passo dell" "Addio ai monti" o la lirica introduttiva di "Se questo è un uomo", brani tratti da "Lettera a un bambino mai nato" o "Lettera a una professoressa", quando ascolto con loro "Sogna ragazzo sogna" di Roberto Vecchioni o "Non è un film" degli Articolo 31 o quando parlo con loro della vita (e della morte).
Piango tanto. All'inizio della mia ventennale carriera non succedeva. Forse perchè ero giovane e disincantata, forse perchè mi vergognavo ed ero meno spudorata, forse perchè non ero così passionale e appassionata. La prima volta accadde mentre leggevo il brano della morte di Clorinda, tratto dalla "Gerusalemme liberata". E poi è stato un crescendo di brividi lungo la schiena (in fondo, l'arte non deve suscitare emozioni?) e lacrime.
I momenti più belli che ricordo sono quelli dei nostri pianti collettivi, con i maschi che si coprivano il viso per non svelare le lacrime ed io che fingevo di non vedere. Come potrò, come potremo dimenticarli? Quegli attimi saranno nostri per sempre.
Per questo sono fiera di essere "strana".

(Già pubblicato su altra piattaforma il 4 agosto 2008)

Lacrime nerazzurre, uno dei vecchi post

Nella corsa contro il tempo per salvare i vecchi post pubblicati su un'altra piattaforma, indugio spesso nella lettura di quelli che più di altri mi emozionano tuttora, benché sia passato molto tempo dal momento in cui li ho scritti. "Lacrime nerazzurre", pubblicato il 24 maggio 2010, è uno di questi.

"Le lacrime del Capitano, quelle del Chucu, dello Special One, del Principe, di coloro che sugli spalti piangevano di gioia per un'emozione attesa per decenni, un sogno che sembrava dover rimanere tale ed invece diventava realtà in una splendida serata di maggio.
Le mie lacrime di gioia per questa squadra che ho imparato ad amare in età adulta, seguendo il fratello che, lui sì, l'aveva scelta fin da bambino. A me l'Inter era piaciuta perché soffriva, perché ci provava e non vinceva, perché inseguiva un sogno. Mi piaceva pensare che quel sogno si sarebbe realizzato e che la sofferenza, tanta, si sarebbe trasformata in una felicità intensa, indescrivibile, fortissima.
Una felicità maturata dopo anni di sfottò, di delusioni e sconfitte cocenti, di lacrime di amarezza, il derby perso 6 a 0, il 5 maggio 2002, l'esclusione dalla Champions a favore del Milan senza aver mai perso, i "Non vincete mai!", i cori come "Interista chiacchierone bravo sotto l'ombrellone ... [... ] e come l'anno scorso e come l'anno prima [...]", "Interista diventi pazzo!" e quant'altro.
Eppure ci credevo davvero, lo sentivo nel profondo del cuore che sarebbe capitato. Perché ero convinta anch'io, con Jim Morrison, che "A volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato".
Così, mentre continuo a piangere di gioia, penso che sia valsa la pena sopportare tanta sofferenza per provare, adesso, il dolce sapore del trionfo."

https://vimeo.com/11960846?ref=fb-share&1 

domenica 20 novembre 2011

"A chi vuoi più bene?"

Detestavo questa domanda che spesso, da bambina, gli adulti mi rivolgevano.
"A chi vuoi più bene? Alla mamma o al papà? Al nonno o alla nonna? Alla nonna paterna o alla nonna materna?" e via dicendo.
Mi imbarazzava dire la verità, anche perché i bambini della mia generazione non erano spudorati e impertinenti come i bambini dei nostri giorni. Così mentivo, con qualche senso di colpa e cercando di ferire il meno possibile le persone cui volevo bene.
Perché, a mio avviso, l'affetto non è misurabile.
Semmai è diverso.
Posso amare (nel significato più ampio possibile della parola amore, il "love" degli anglosassoni, per intenderci) contemporaneamente mio marito e mio fratello, il mio migliore amico, la mia migliore amica, i miei genitori e i miei studenti, i miei amici e la mia Inter, anche se diverso sarà il modo in cui tale sentimento si esprimerà.
Il nostro piccolo grande cuore riesce ad abbracciare contemporaneamente affetti e passioni diverse, contenendole tutte, senza dover necessariamente e ipocritamente scegliere, se non in casi eccezionali. L'esclusività cui alcuni aspirano, il "scegli loro o me", è, a mio avviso, il tentativo di tarpare le ali a chi potrebbe volare ma magari non osa farlo continuando a vivere nella menzogna e soffocando le sue emozioni, temendo di ferire l'altro.
Invece, ciò cui ciascuno di noi dovrebbe aspirare, pretendere e riconoscere a sé e agli altri è la libertà. Nessuno ci vuol meno bene se, oltre a noi, vuol bene anche ad altri.
P.S.: Rileggendo il post, mi è sembrato che il contenuto possa essere inteso come una rivendicazione dell'adulterio. Non è così. Qui si parla di diversi tipi di amore, non di amori intesi a sostituire o a riempire vuoti affettivi (come può accadere nei casi di relazioni adulterine).

(Già pubblicato il 9 ottobre 2011 su altra piattaforma)

L'infedele

Scoprii per caso di essere infedele, un giovedì sera della primavera dell'83.
Le colleghe di università con cui dividevo l'appartamento erano tutte uscite ed io ero rimasta sola in casa.
Avevo studiato fino all'ora di cena e poi mi ero sistemata sul divano, un panino da gustare, l'immancabile saggio di psicologia da leggere o solo sfogliare, penna e foglietto al mio fianco.
Ero pronta per il test.
Era infatti quello il periodo in cui, dal 31 marzo, ogni giovedì sera Raiuno trasmetteva "Test - Gioco per conoscersi", un programma condotto da Emilio Fede che, affrontando ogni settimana un tema monografico, punteggiato da un sondaggio della Doxa, sottoponeva a venti coppie di concorrenti in studio (più una coppia di concorrenti famosi) una serie di domande, elaborate da uno psicologo, il professor Enzo Spaltro, domande volte a far emergere, alla fine della puntata, i profili delle diverse personalità. Anche il pubblico a casa veniva invitato a munirsi di "carta, penna e calamaio" per sottoporsi ai giochi psicologici.
Ed io, quella sera, come quasi ogni giovedì sera da quando era iniziata quella trasmissione, ero pronta a sottopormi al test, pressoché certa di quello che sarebbe emerso della mia personalità. Era un momento in cui mi sembrava di aver imparato a conoscermi quasi completamente.
Mi sbagliavo però, c'era qualcosa di me che ancora non conoscevo e che avrei appreso alla fine di quella serata.
Il tema della puntata era "la fedeltà".
Integralista come ero ed ero sempre stata (lo sono tuttora) ero convinta che sarebbe emerso il mio profilo di persona fedele, anzi fedelissima.
Quasi non riuscivo a credere, quindi, alla fine della puntata, di essere risultata un'INFEDELE!!!
Com'era possibile? Io infedele? Io, l'integralista tutta d'un pezzo, rigorosa, pedante, passionale sicuramente e appassionata ma intransigente, come potevo essere risultata così?
Cercavo di capire, di capirmi, analizzando fatti e ripercorrendo con la memoria le relazioni amicali e amorose che fino a quel momento (avevo 21 anni) avevano caratterizzato la mia esistenza.
Mai avevo tradito un uomo (semmai mi avevano, anche abbondantemente, tradito); mai mi sembrava di aver tradito le amiche, gli amici.
Continuai a rimuginarci su anche nei giorni successivi e ancora per qualche tempo e poi capii che sì, in fondo il test aveva ragione: io ero e sono un'infedele, nel senso che resto fedele ad un amico, a un'amica, a un uomo, a una passione, a un'idea, finché la ritengo valida. Mi riservo però la possibilità di cambiare opinione e se cambio opinione non resto abbarbicata a quella persona, a quella idea, in nome di una coerenza o di una fedeltà che quella persona, quella idea non meritano più.
Io credo che ciascuno di noi abbia il diritto di cambiare, cambiare anche le proprie posizioni, le proprie idee. Non si tratta di essere banderuole, come avrebbe detto la mia insegnante di lettere del liceo, ma persone che non restano a tutti i costi, e costi quel che costi, fermi sulle proprie idee in nome dell'integrità morale.
Cambiare e rendersi conto di essere cambiati è anche un segno della propria crescita.
Ecco perchè, da quando ho preso coscienza di questo, non mi dispiace ammettere di essere infedele.

(Già pubblicato in data 8 novembre 2011 su altra piattaforma)