mercoledì 19 dicembre 2012

Certezze

"Non lo perdonerei mai!" afferma Cecilia durante una discussione in classe, quelle che partono dalla lettura di un brano antologico e si allargano su tematiche più o meno (o per nulla) attinenti alla vicenda trattata.
La discussione è scivolata sulla opportunità o meno di perdonare un tradimento (di un amico / di un partner, etc.).
La fiducia che si dà alle persone cui si vuole bene, sostiene Cecilia, non deve in alcun modo essere tradita. Ecco perché, afferma, non è disposta a perdonare. Per nessuna ragione al mondo.
La osservo attentamente mentre, infervorata, sostiene le sue argomentazioni che alcuni dei suoi compagni condividono, altri no.
Quello che mi colpisce è la perentorietà delle loro affermazioni. Incrollabili. Come se fossero assolutamente certe. Quando si hanno quindici anni, o giù di lì, si ha bisogno di certezze. E si afferma che mai e poi mai accadrà che ...
Poi, man mano che gli anni passano e la vita ci pone davanti a una serie di circostanze, può accadere che quelle certezze, che ritenevamo dogmi, vacillino.
E forse, anche se le auguro che mai accada, anche Cecilia, tra dieci, venti, trent'anni, sarà costretta a mettere in discussione le sue attuali certezze.
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎6 ‎dicembre ‎2009)

lunedì 3 dicembre 2012

Scrivere

Io ho sempre adorato scrivere, fin da bambina.
Mi piaceva già da allora mettere su carta i miei pensieri, le mie riflessioni, raccontarmi la mia vita o scrivere brevi storie.
Ricordo che d'estate, talvolta, quando ero in vacanza a casa della nonna, i suoi vicini di balcone aspettavano il momento che io leggessi il racconto che avevo appena scritto.
Poi mi riempivano di elogi. Non so se li meritassi davvero, quegli elogi. Certo, per loro era un modo per trascorrere quelle calde serate estive. Per me era un modo per esercitarmi. Per usare le parole, plasmarle, metterle al servizio delle emozioni.
Durante l'adolescenza ho riempito pagine e pagine di agende che fungevano da diari. Tre di quelle agende, diventate famosissime tra i miei amici più cari, se non altro perché le portavo sempre in giro con me, in una borsa di cuoio da cui non mi separavo mai, le bruciai il pomeriggio di un 31 dicembre.
Un po' mi dispiace, adesso, averle distrutte. Sarebbe stato interessante ricercare in quegli scritti l'adolescente che ero, i suoi sogni, i suoi desideri, le sue emozioni.
Ma forse é stato giusto così, allora. Continuavo a guardarmi indietro, rifiutando di fare delle scelte necessarie. In fondo, quello che sono adesso è anche il risultato di quel falò, in cui simbolicamente avevo distrutto il passato per incamminarmi verso nuove emozioni.
 

(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder domenica ‎11 ‎luglio ‎2010)

domenica 2 dicembre 2012

Genitori e figli

"Figli si nasce. Genitori no." E quanto più è complesso il contesto in cui i figli cresceranno, tanto più ci si dovrà applicare per fare bene il genitore. Perché ad essere genitori si impara, come accade per tutte le arti. Non è destino, non è caso, come ci si è illusi negli ultimi vent'anni

giovedì 29 novembre 2012

Logica, caso e superstizioni

"Non si può estrarre la logica dal caso" (Luigi Pirandello: "Il fu Mattia Pascal", 1904).
Non si possono confondere causalità e casualità.
Non possiamo far sì che l'Illuminismo sia passato invano.
Se, nonostante anni di studio e approfondimento, si continua a farsi oscurare la mente dalle tenebre dell'ignoranza e della superstizione, non c'è speranza di riscatto. E si sarà sempre ricattabili da chi vuol far credere che può dominare la vita (e la morte) di ciascuno di noi.
Ecco perché oggi, con gli studenti di quinta, sono uscita fuori dai gangheri. Ho avuto l'impressione di aver parlato invano in questi anni.
Delusa, frustrata, amareggiata. Mi sono sentita così. Le mie lezioni non sono servite proprio a nulla. Peccato!
Peccato dover sentire, nel 2012, che c'è chi, con un livello di istruzione superiore quasi raggiunto (almeno sulla carta) pretende di insegnare verità vissute sulla propria pelle, senz'altro, ma male interpretate: malocchi, fatture, demoni e streghe che gestiscono, grazie ai loro presunti poteri, la vita di chi non ne è dotato.
"Non ci posso credere!" Esclamerebbe la mia studentessa di qualche anno fa.
E anch'io non volevo crederci. E a un certo punto ho zittito, anche piuttosto bruscamente, chi continuava a parlare a scuola, in un luogo sacro, perchè destinato all'apprendimento e all'apertura della mente, di dicerie e fantasticherie di carattere prettamente medioevale. Nel 2012 (quasi 2013) d.C.. Non nel 1012 o 1013...
Che tristezza...

lunedì 12 novembre 2012

Canzoni da stiro

Tra i CD che adoro collezionare, c'è una nutrita schiera di quelli che contengono, come io le definisco, "canzoni da stiro". Si tratta sostanzialmente di canzonette degli anni '60 e, soprattutto, '70, che pochi ricordano e che periodicamente, a volte, vengono rievocate in trasmissioni televisive quali "I migliori anni" o "Meteore".
Gli interpreti e gli autori sono spesso, ai più, sconosciuti. Gruppi come i "Romans", gli "Homo Sapiens", "La bottega dell'arte" o le "Ciliegie amare"; interpreti come Michele Pecora, Sandro Giacobbe, Alan Sorrenti, Roberto Soffici o Viola Valentino.
L'aspetto bizzarro è che, trent'anni fa, quando queste canzoni venivano trasmesse da alcune radio locali "regional popolari", io le detestavo. Ma la nostalgia, che fa apparire migliore alcuni aspetti del passato, mi spinge ad acquistare queste canzoncine e ad ascoltarle quando stiro.
Ecco perché le definisco "le mie canzoni da stiro". Sistematicamente svolgo tale attività casalinga accompagnandola con quella che ritengo essere la sua adeguata colonna sonora. E spesso, perché no?, emulo la "donna" di "Ti amo" di Umberto Tozzi (1977) "che stira cantando".
"Parlerò di te nelle mie canzoni / Parlerai di me, delle nostre emozioni / L'emozione un giorno ti fa ricordare / E non sai scordare / Il sorriso suo / Quello che era mio / Ciò che ho perso /
Era lei / Poesie d'estate / Era lei / Dimenticate / Era lei / Nel fumo di una sigaretta lei / Era lei / Nei giorni allegri / Era lei / Nei gesti pigri / Era lei / Nel rosso di un tramonto c'era lei / Solo lei." (Michele Pecora: "Era lei", disco estate 1979, in " 1977 - 2007 I successi di Michele Pecora, Produzione Lontano Record, Distribuzione DELTADISCHI")
‎(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎29 ‎marzo ‎2009) 

domenica 11 novembre 2012

Cultura dominante (2) e cammelli

Di quella cultura dominante di cui si parla nel post precedente, mi sono nutrita fin dall'infanzia, per metterla in discussione negli anni del liceo.
Mio padre, ormai ottantenne, è un modello di uomo tradizionalista, per quanto sia, nonostante tutto, un poco più aperto di quanto non lo fossero o lo siano gli altri uomini della sua famiglia d'origine (anche coloro che attualmente hanno meno di trent'anni!)
Insomma, mio padre ha sempre ritenuto che non fosse cosa buona e giusta che una donna fosse molto istruita, un semplice diploma era anche abbondante. Una donna istruita è una donna che non piace agli uomini e difficilmente riuscirà a trovare un buon marito.
Ecco, il cruccio di mio padre era questo: nessun uomo, visto il mio caratteraccio e quella vis polemica, diventata man mano più raffinata grazie agli studi classici, mi avrebbe sposato.
Forse temeva di dovermi sopportare, tenendomi in casa per tutta la vita, avendo a che fare con i ragionamenti raffinati che da quando ho 14 anni diventano presto motivo di litigio tra noi, mentre mia madre tenta di mediare, implorandomi di non provocarlo, di non rispondere.
E io invece rispondo, come ho sempre fatto, sin da quand'ero una adolescente ribelle e "femminista" come egli, con disprezzo, mi definiva. Sosteneva che una donna deve rispetto al marito, sottomettendosi, naturalmente, e non permettendosi di rispondergli. Bisognava ricorrere un po' alla menzogna e alle arti seduttive tipicamente femminili per trovare un marito, diceva lui. "Non devi dire la verità, devi un po' imbrogliare, come sanno fare le donne, altrimenti, mettitelo in testa, scapperanno tutti!"
Non lo ascoltavo, nè avrei potuto farlo, convinta che nessuna sana relazione, anche solo amicale, si costruisce sulla menzogna, sull'apparenza, sulla falsità.
Quando gli ho presentato quello che sarebbe diventato mio marito, quasi non credeva ai suoi occhi. E per quanto non lo amasse molto (troppo diverso da lui, praticamente opposti) in cuor suo, a mio avviso, ha esultato come a me è capitato di fare quando l'Inter ha vinto la Champions League.
Mio padre ha sempre avuto difficoltà a capire le logiche che portavano mio marito a "sopportarmi", secondo quelli che sono i suoi parametri.
E qualche anno fa, forse perché l'età più anziana induce le persone a dire esattamente quello che pensano, proprio come fanno i bambini, ha evidenziato il suo punto di vista, che a me, a dire il vero, era già abbastanza chiaro.
E' accaduto durante le vacanze natalizie, durante o dopo, non ricordo bene, uno di quei lunghissimi pranzi che nella tradizione meridionale scandiscono i giorni tra Natale e Capodanno.
Improvvisamente, forse seguendo un suo pensiero, guardando me e il marito, mio padre ha esclamato: "Certo, tu (rivolgendosi a me) probabilmente l'avrai sposato per interesse, ma lui invece ti ama davvero, si vede proprio, e tu non lo ami come ti ama lui!"
Dopo un momento di gelo, seguito alle considerazioni paterne, mia madre l'ha guardato. "Ma che dici?!?!" ha esclamato. "Ma come ti permetti?" ho risposto io, piccata. Il tutto mentre il marito, cui per fortuna non manca il senso dell'umorismo, si sbellicava dalle risate insieme a mio fratello, commentando che nemmeno sua madre sarebbe stata capace di una simile e audace affermazione.
Non è finita qui. Qualche ora dopo, mentre commentavamo le abitudini berbere secondo cui un uomo che chiede in sposa una donna deve portare in dote al padre un certo numero di cammelli, mio padre, rivolgendosi al marito, ha esclamato: "Sono io che devo dare a te i cammelli!"
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎4 ‎luglio ‎2010) 

Cultura dominante (1)

"Le donne sono donne per struttura fisiologica; fin dal più remoto passato furono subordinate all'uomo; la loro subordinazione non è la conseguenza di un fatto o di uno sviluppo, essa non è avvenuta. [...]
[...] l'azione delle donne non è mai stata altro che un movimento simbolico: esse hanno ottenuto ciò che gli uomini si sono degnati di concedere e niente di più, non hanno strappato niente, hanno ricevuto. Il fatto è che non hanno i mezzi concreti per raccogliersi in una unità in grado di porsi, opponendosi. Le donne non hanno un passato, una storia, una religione [...]. Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini - padre o marito - più strettamente che alle altre donne; e ciò per vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale. [...] Il legame che la unisce ai suoi oppressori non si può paragonare ad alcun altro. La divisione dei sessi è un dato biologico, non un momento della storia umana. La loro opposizione si è delineata entro un "mitsein" originale e non è stata infranta. La coppia è un'unità fondamentale le cui metà sono connesse indissolubilmente l'una all'altra. Nessuna frattura della società in sessi è possibile. Ecco ciò che essenzialmente definisce la donna: essa è l'Altro nel seno di una totalità, i cui due termini sono indispensabili l'uno all'altro. [...]
[...] la donna è sempre stata, se non la schiava, la suddita dell'uomo; i due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali e ancora oggi, nonostante la sua condizione stia evolvendosi, la donna è grandemente handicappata. Si può dire che in nessun paese l'uomo e la donna hanno una condizione legale paritetica e spesso la differenza va a duro svantaggio della donna. Anche se astrattamente le sono riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine impedisce che essi trovino nel costume la loro espressione concreta. [...] Oltre la forza concreta, posseggono un prestigio del quale l'educazione dell'infanzia tramanda la tradizione: il presente assorbe il passato, e nel passato la storia è stata fatta dai maschi. Nel momento in cui le donne cominciano a prender parte all'elaborarsi dei fatti umani nel mondo, si trovano davanti a un mondo che appartiene ancora agli uomini; i quali non mettono in dubbio i propri diritti, mentre le donne incominciano appena a farlo."
Tratto da: Simone de Beauvoir: "Il secondo sesso", Traduzione di Roberto Cantini e Mario Andreose, Il Saggiatore, 1994, Pgg. 18 -20. (Prima edizione in lingua originale: Gallimard, Paris, 1949)
(‎Già pubblicato sulla piattaforma Splinder giovedì ‎1 ‎luglio ‎2010)

Il "lider maximo"

Non era uno solo, il "lider maximo".
Ce n'era almeno uno per ogni istituto superiore (a volte un paio, in competizione tra loro).
Le ragazzine del primo anno li adoravano e pendevano direttamente dalle loro labbra.
Loro ne approfittavano per la diffusione dei quotidiani e delle riviste legate solitamente al P.C.I. o alla sinistra extraparlamentare.
C'erano giovani adolescenti disposte a privarsi della merenda pur di trovare l'occasione per parlare con loro, con i leader, i capi di quella rivoluzione ancora in atto che presto sarebbe scemata e sopraffatta dal riflusso degli anni '80.
E quale occasione migliore per contattarli, solitamente prima o dopo le lezioni o durante l'intervallo, e chiedere loro di acquistare il quotidiano o le riviste di controinformazione?
C'erano anche quelle disposte a sacrificare altro, non solo la merenda.
E anche qui il "lider maximo" approfittava.
In barba al femminismo imperante dell'epoca (si era intorno alla metà degli anni Settanta), le dinamiche erano sempre le stesse. Le donne non più ritrose ma sfacciate. Gli uomini che prendevano ciò che c'era da prendere. Tutti liberati, più o meno.
Nella percezione generale, però, il "lider maximo" passava per "figo" (mi sia concesso il termine), mentre la ragazzina liberata passava per poco di buono (e qui non ho osato il termine, ma è comunque quello!)
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il ‎26 ‎luglio ‎2010)

mercoledì 31 ottobre 2012

Le ragioni del cuore

"Se ne farà una ragione", gli aveva risposto, quando lui le aveva parlato di Marco, della sua sofferenza, della sua difficoltà ad accettare la loro separazione.
Marco era un suo collega e il suo migliore amico, gli dispiaceva non riuscire a far nulla per lui. E forse proprio per questo, quando l'aveva incontrata, le aveva parlato di lui.
Ora, di fronte a quella risposta, di fronte a quel "Se ne farà una ragione", era ammutolito e imbarazzato.
Ricordava di averli visti felici insieme, una coppia solida e complice che suscitava l'ammirazione (e a volte anche un po' di invidia) degli altri. E poi...
E poi tutto era finito. Senza nessun segnale. Improvvisamente. Come un uragano che aveva travolto la vita di coppia di Marco che, gli aveva raccontato, era convinto che lei era la donna della sua vita e con lei sarebbe rimasto per sempre. Gli aveva parlato di lei, dopo averla incontrata, proprio in questi termini: lei era la sua donna ideale, era una storia definitiva.
Ma in amore non esistono le definizioni. L'amore non si definisce. Ha bisogno di cure, quotidiane, costanti, continue. Altrimenti, come una pianta trascurata, muore.
Marco non aveva capito che quell'amore che credeva eterno si stava consumando nella noia quotidiana, nella certezza di una definizione. Aveva dato per scontato quell'amore.
Lei c'era, era lì per sempre. E, certo di questo, non aveva colto i segnali che lei, da un certo momento in poi, aveva cominciato a mandargli.
Usciva sempre più spesso, con un'amica. Con le amiche. Da sola. Comunque senza di lui.
A pensarci bene, a differenza del passato, non sembravano nemmeno più tanto solidi e complici.
Di quel periodo ricordava di averla incontrata qualche volta per caso. Da sola. O con qualche amica. Ricordava anche che, in un paio di quelle occasioni, lei si era lamentata dell'eccessivo carico di lavoro di Marco. "E' a casa, sta lavorando." oppure "Sai, lo vedi più tu di quanto non lo veda io."
Non aveva considerato quelle risposte fino a quando, una mattina di settembre, Marco era arrivato in ufficio in ritardo, scompigliato, trasandato, stravolto. "Mi ha lasciato." Gli aveva detto.
Erano passati cinque anni da allora. Quella coppia non esisteva più, almeno per l'anagrafe.
Tuttavia, nonostante fosse passato un po' di tempo, Marco non riusciva a farsene una ragione.
E come avrebbe potuto? Lui la amava. Di un amore definitivo. Che, una volta conquistato, non ha bisogno di cure. Lei c'era e ci sarebbe stata per sempre. Così aveva pensato lui, il giorno del loro matrimonio.
Tale era la sua convinzione. E questo, forse, gli aveva impedito di vedere negli occhi di lei un'ombra, quell'ombra che, a poco a poco, era diventato grigiore e noia.
Quella stessa convinzione gli aveva impedito di ascoltare i pianti notturni di lei, pianti soffocati per non farsi sentire da lui che, sereno come un angioletto, dormiva al suo fianco.
Era stato difficile per lei prendere atto di quanto stava accadendo. Ma i segnali c'erano. Tutti.
Non riusciva più a vedere negli occhi di Marco quelli del ragazzo che l'aveva incantata al primo sguardo, che l'aveva conquistata con la sua intelligenza e la sua creatività, che l'aveva fatta piangere di gioia e di timore che altre lo seducessero e glielo portassero via, che l'aveva avvolta magicamente e le aveva fatto credere di essere la più fortunata e la più felice di tutte le donne.
Lui la amava ancora. Era quello il suo modo di amare.  Ma lei non lo amava più. Aveva cercato di parlargliene ma lui non era stato capace di ascoltarla.
E quando, dopo aver meditato a lungo, aveva preso la sua decisione, una decisione irrevocabile, gliela aveva comunicata.
Era andata via.
"Se ne farà una ragione", aveva pensato.
Trascurando che, come aveva imparato leggendo "I pensieri" di Pascal, "il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce".

mercoledì 24 ottobre 2012

A scuola si muore

"Letture da cameriere" le aveva definite la mia compagna di banco del liceo (classista e rivoluzionaria di sinistra, nonostante l'appartenenza sociale all'alta borghesia cittadina) riferendosi ai suoi scritti.
Brunella Gasperini (1918 -1979), visse a Milano dove si era laureata in lettere classiche e filosofia. Nel 1950 aveva iniziato a collaborare con vari periodici e con il "Corriere della Sera". Su "Annabella" curò per venticinque anni una pagina di colloqui con i lettori; tenne una rubrica di critica cinematografica e una di critica televisiva. Scrisse romanzi, racconti, cronache umoristiche, recensioni, inchieste.
A me piaceva molto leggere le sue risposte alle lettrici (che trovai una volta raccolte in un libro intitolato, se non ricordo male, "Essere donna") e i suoi romanzi. E non mi importava molto ciò che pensava di quelle mie letture la mia compagna di banco del liceo. Ho sempre trovato molto interessante l'attenzione alle problematiche di costume trattate da Brunella Gasperini.
In particolare ricordo due suoi romanzi, pubblicati all'incirca nella seconda metà degli anni '70.
Di uno, prestatomi da una mia amica, ricordo solo il titolo, "Grazie lo stesso" e, vagamente, la storia.
L'altro, è stato ripubblicato alcuni anni fa nell'edizione Tascabili Sonzogno ma ne possiedo anche una copia, acquistata al mercatino dell'usato, del 1980. E' incredibile, rileggendolo, notare quanto risultino attuali, nonostante il romanzo risalga a più di trent'anni fa, i problemi, le ansie, le speranze dei protagonisti della vicenda.
"Amare una ragazza tra i banchi del liceo, sotto i tigli di un'unica estate felice.
Poi vederla distruggersi giorno su giorno con la droga e non poter fare niente.
E infine vederla morta, assassinata, sul pavimento della vecchia palestra: questo capita a Stefano, in un giorno dei suoi diciotto anni. <<Non riuscivo a smetterla di guardarla. Sandra - chiamava qualcosa dentro di me - non fare così. Ti prego, Sandra. Le stesse parole che le avevo detto da viva, tante inutili volte. >>"
(Citazione tratta da: "Brunella Gasperini: "A scuola si muore", Rizzoli Editore, Milano, 1975, seconda edizione Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, marzo 1980, quarta pagina di copertina).
 
Post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 26 luglio 2011

domenica 14 ottobre 2012

Vivo

Sapeva che sarebbero usciti intorno alle 12.30. Cercò di affrettarsi e di non indugiare, come era solita fare, in modo da arrivare in tempo per salutarli. Non sapeva perché, ma sentiva che doveva farlo.
Arrivò in tempo per salutarli: erano già in macchina, nel vialetto di casa.
Li salutò entrambi, come faceva sempre. Salutò nuovamente lui e si voltò a guardarlo mentre si allontanavano.
Ancora non lo sapeva ma era l'ultima volta che lo vedeva vivo.
 
(Già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 14 ottobre 2010)

lunedì 1 ottobre 2012

A E R E O

E' stata la prima parola che ho imparato a scrivere, il primo giorno di scuola, il 1° ottobre 1967.
L'ho rivisto di recente quel mio primo quaderno con le righe grandi, la data, e quelle lettere vicine per formare la prima parola scritta da me.
Poi il disegno di un aereo: una specie di farfalla celeste con il corpo rosso.
Passò così il mio primo giorno di scuola, quattro ore per riempire quella prima pagina.
No, non proprio quattro ore. Forse tre. La prima ora passò con la maestra che cercava di consolare i miei compagni che piangevano a dirotto non appena le madri e i padri si erano allontanati.
Non si faceva attività di accoglienza, all'epoca. Non almeno nel modo in cui si intende adesso. Li guardavo quei bambini e non li comprendevo: come facevano a non apprezzare il fatto di essere finalmente a scuola? A scuola, ad imparare le cose importanti, mica a giocare come all'asilo.
Non vedevo l'ora di potere andare a scuola. E aspettai con ansia quel pomeriggio. All'epoca c'erano i doppi e a volte anche i tripli turni per poter contenere nelle strutture scolastiche tutti i figli del baby boom. E ciò accadeva anche in Liguria, regione tradizionalmente poco prolifica, dove ho frequentato le scuole elementari.
Arrivai a scuola poco prima delle 14 accompagnata da mia madre e da mio fratello che aveva poco più di un anno. Licenziai presto mia madre che era già da allora abituata al mio spirito indipendente.
Uscii da scuola fiera di quello che avevo imparato. Pensai che la scuola era proprio come immaginavo: un luogo bellissimo dove si potevano apprendere tante cose!
 
(Già pubblicato su un'altra piattaforma il 1° ottobre 2010)

martedì 28 febbraio 2012

Emozioni scritte

Non c'è stato modo di convincerlo. Mi ha mostrato il bando di concorso in cui nulla vietava di presentare il suo lavoro così, come lui è solito scrivere: a mano, con la biro, su un foglio di carta.
Mi ha quasi commosso la tenacia con cui ha cercato di sostenere la sua posizione. Forse il suo lavoro apparirà ai più desueto, superato. Forse i contenuti non verranno apprezzati perché qualcuno preferirà soffermarsi su una forma che ormai è quella dattiloscritta.
Ma lui preferisce il manoscritto. Le emozioni, sostiene, sono più vere e più vive quando si scrivono a mano e non usando la tastiera di un computer.
"Le mie poesie" ha concluso "io le scrivo su un quaderno, al massimo su un foglio protocollo a righe, rigorosamente a mano".
Si tratta di un nativo digitale che, nonostante tutto, continua a credere nella bellezza delle emozioni, delle emozioni scritte, scritte a mano, rischiando anche di  sbagliare e non poter correggere se non riscrivendo tutto nuovamente.
"Ma è proprio questo il fascino della mia scrittura" ha spiegato ai compagni che lo guardavano come fosse un alieno. Forse in effetti un po' lo è, ma, in fondo, è un bene che alieni di questo tipo continuino ad esistere.

lunedì 13 febbraio 2012

Studenti

Quanti saranno? Non riesco ormai più nemmeno a fare un conto approssimativo.
Studenti dimenticati, annegati nella memoria, persi tra dati che la mente ha ritenuto opportuno non ricordare.
Studenti invece sempre presenti, anche quando se ne sono andati per sempre, con le loro battute, i loro sguardi, le loro difficoltà, le loro vittorie, le loro sconfitte.
Studenti che hanno marcato il percorso di ogni insegnante, lo hanno cambiato, lo hanno promosso, lo hanno bocciato, esattamente come ogni docente ha fatto per ciascun studente, persino per quelli dimenticati, annegati nella memoria.
La peculiarità della relazione tra docenti e studenti è proprio questa: segna ciascuno dei soggetti coinvolti, anche quando, purtroppo, non lascia nessun segno.

venerdì 10 febbraio 2012

Amici e no

Amici di una vita o appena conosciuti e immediatamente amati; amici simili o completamente diversi; persi e ritrovati, detestati e perdonati, rimpianti, incoraggiati, rincorsi, ringraziati, rivisti, allontanati, fidati, recuperati, immaginati, ascoltati, affezionati, consultati. Presenti, comunque, perché gli amici, quelli veri, ci sono sempre, soprattutto nel momento in cui gli altri, quelli che amici non sono, svaniscono, travolti dal tempo, dallo spazio, dalla confusione, dall'illusione che spesso alimenta le  umane passioni.