sabato 28 giugno 2014

Il Monti e i buoni maestri

La mia insegnante di italiano del liceo mi chiamava così: "il Monti".
"Chiediamo al "Monti"" diceva, rivolgendosi ironicamente a me.
Sosteneva che fossi una voltagabbana, pronta a salire sempre sul carro del vincitore, proprio come l'illustre letterato che lei detestava.
Non ero e non sono una voltagabbana. E quel soprannome mi indignava molto.
Rivendicavo e rivendico il diritto di cambiare opinione e pretendo di non essere condizionata dal gruppo di appartenenza. Rivendicavo e rivendico il diritto di essere un "cane sciolto".
Fanno paura i cani sciolti. Liberi, senza un padrone, chi può controllarne le gesta dato che non sono addomesticati? Meglio chiamare subito l'accalappiacani.
O umiliarli, insultarli, degradarli.
Come faceva la mia insegnante maonista (e forse anche un po' stalinista).
Aveva uno sguardo imperscrutabile. Noi studenti, però, durante le interrogazioni, quando ci guardava avevamo l'impressione che pensasse: "Questo qui è proprio scemo!".
Non sono mai riuscita a capire che cosa realmente pensasse di me finchè un giorno, all'inizio del terzo liceo, restituendomi il compito su Manzoni in cui mi aveva dato "cinque e mezzo", mi chiese:
"Che cosa è successo? Ti ho trovato davvero poco ispirata! Non è il tuo solito tema, non è la tua scrittura".
Le risposi che Manzoni non mi piaceva per niente.
Quel voto, in effetti, era il voto più basso che lei avesse mai assegnato a un mio tema. Di solito prendevo tra il sei e il sette. Mai di più. Oltre il sette e mezzo o l'otto (appannaggio esclusivo della più brava della classe) lei non andava mai.
Quel giorno pensai che, in fondo, le piaceva come scrivevo.
La sorpresa piacevole arrivò solo agli esami di maturità. Mi guardò fiera mentre il presidente della commissione, un insegnante di italiano, si complimentò con me per aver svolto uno dei migliori temi di letteratura tra tutti gli studenti dell'istituto.
Era il 14 luglio del 1980.
Da allora non ho più visto la mia insegnante del liceo.
Mi ha "fatto tribolare", come sono soliti dire i miei attuali studenti, ma io le sono davvero grata. Mi ha insegnato tanto. L'ho apprezzata, stimata, adorata.
Ancora, nei primi anni di insegnamento, soprattutto quando mi erano state assegnate delle classi difficili, sognavo spesso di entrare in classe e scoprire di essere ancora al liceo e di dover essere interrogata da lei, dalla mia insegnante di italiano.
Che mi aveva insegnato ad essere forte, proprio con la sua ironia. Mi aveva insegnato a credere e a difendere le mie opinioni. A costo di essere ridicolizzata.
(Post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 24 marzo 2010)

martedì 6 maggio 2014

Non è una malattia

Sentii parlare di omosessualità, per la prima volta, nel novembre del 1975. Intendo dire che ne sentii parlare in modo serio, senza risolini o battutacce, quelle che tanto piacciono agli uomini di tutte le età.
Il 2 novembre 1975 era stato ucciso Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi, "diciassettenne legato al mondo della prostituzione maschile" (come si legge su "L'Italia del '900 - 1972 - 1975" di Enzo Biagi in collaborazione con Loris Mazzetti, Rizzoli, Milano, 2007, pag. 219), aveva confessato di essere l'assassino.
Io frequentavo la quarta ginnasio. La mia insegnante di lettere ce ne parlò e ci invitò a leggere quotidiani e riviste per documentarci sull'argomento. Già da allora emergevano forti dubbi e interrogativi su quello che potesse essere davvero accaduto. Tuttavia ciò che, soprattutto su certa stampa, si tendeva a mettere in evidenza, erano le abitudini sessuali di Pasolini. Non la sua lucidità e la sua perspicacia intellettuale.
Lo confesso. Io, all'epoca, non leggevo molto i quotidiani, se non la "Gazzetta" locale. Ugualmente, tra i settimanali, mi informavo su "Famiglia Cristiana", "Gente", "Oggi" e (mi vergogno un po' ad ammetterlo adesso, ma è così) "Bolero telefilm", ovvero i giornali che trovavo in casa mia.
Così, quando l'insegnante ci assegnò un tema di attualità sull'argomento ed io, alla luce delle mie fonti, scrissi che, in fondo, bisognava compatire Pasolini perché era malato di omosessualità, mi ritrovai con il compito corretto dall'insegnante che, a margine di tale affermazione, aveva scritto, in rosso e a caratteri cubitali: "Non è provato che l'omosessualità sia una malattia, può essere una libera scelta dell'individuo che asseconda una sua naturale tendenza!".
Restai confusa. Per qualche mese non mi interessai più della questione, anche se, studiando, scoprivo man mano che molti grandi personaggi della storia avevano questa malattia o tendenza, come affermava la mia insegnante: Leonardo da Vinci, Michelangelo, Alessandro Magno, ecc..
Non solo: nell'antichità greca e romana il rapporto più sublime e nobile era considerato proprio quello tra due uomini e non quello tra un uomo e una donna, che si accoppiavano spesso solo per procreare.
Accadde poi che qualche mese più tardi, era la primavera del 1976, il collettivo studentesco organizzò un incontro pomeridiano sull'omosessualità all'interno del nostro istituto. Oltre al preside e agli insegnanti, erano presenti esperti e si annunciava anche la presenza di chi avrebbe fornito la propria testimonianza in proposito.
Come molti, anch'io avevo in mente la macchietta tipica dell'omosessuale: una persona effeminata, volutamente provocatoria e anche un po' ridicola e patetica. Mi aspettavo fosse così la persona che avrebbe parlato della sua esperienza.
Con meraviglia invece scoprii che proprio il giovane uomo più bello e più "maschio", quello che tutte le ragazze avevano notato al suo ingresso, quello che pensavamo fosse un medico o uno psicologo appetibile (non aveva la fede!) era una "checca".
Esordì proprio così: "Salve, mi chiamo Mario e sono una checca."
Proseguì con il racconto della sua vita, quello di chi si sente rifiutato in primo luogo dai genitori ovvero da chi dovrebbe amarlo per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse. E poi una vita ai margini, con il terrore e l'angoscia di chi non riesce e non può essere sé stesso. E allora la frequentazione di certi ambienti marginali e squallidi diventa quasi una necessità, come se ci si volesse punire per la propria diversità, per la propria "malattia". Un dramma individuale, prima che un dramma sociale. Soprattutto perché non ci si sente compresi. Soprattutto perché c'è chi si ostina a dire che si può guarire. O che ci si deve tenere, senza ostentare o fingendo, la propria diversità. Come se la diversità fosse una colpa anziché una ricchezza, un'occasione di confronto per sfuggire all'omologazione.
Questo ho imparato in quel pomeriggio del 1976.
Ho imparato che rispettare gli altri significa rispettare la loro libertà. Un bene prezioso che tutti hanno il diritto di esercitare senza ledere la libertà altrui.
(Post già pubblicato il 6 febbraio 2009 sulla piattaforma Splinder)

domenica 4 maggio 2014

Tornare

Ogni volta che mi capita di tornare nella regione in cui sono nata e in cui ho passato poco meno di un terzo della mia vita, vengo colta da un senso di estraneità. "Che ci faccio qui?" mi capita di pensare e, contemporaneamente, mi sorprendo a constatare che, in fondo, non c'è nessun luogo in cui vi siano le mie radici.

Sono nata in Puglia ma sono stata portata (o "deportata", come un collega simpatico amava dire a proposito della sua situazione assai simile alla mia) pochi mesi dopo in  Liguria, dove ho trascorso la prima parte della mia esistenza.

Alla Liguria sono tuttora molto legata anche se, già da bambina, c'era chi mi considerava un'estranea. "Napoletana": mi chiamava così qualcuno (da Roma in giù, per qualcuno, tutti sono "napoletani") ed io sentivo il peso dell'essere "diversa".

Quando, a dodici anni, la mia famiglia ritornò nella regione d'origine dove io ero nata, scoprii che anche lì mi consideravano un'estranea. Non conoscevo e non capivo il dialetto, avevo abitudini differenti. In sintesi, anche lì ero considerata diversa.
Inoltre, non apprezzavo nulla di quei luoghi (le spiagge della mia amata Liguria erano belle, anche e soprattutto perchè circondate dalle colline) e mal tolleravo la faciloneria e l'invadenza dei più, che veniva definità simpatia e disponibilità. Per me, taciturna e riservata, non era così.

Cominciai allora a pensare che, appena ne avessi avuto la possibilità, sarei andata via. In Liguria, possibilmente, o in qualunque altro luogo purché fosse più confacente a me stessa. Ero ormai consapevole che sarei sempre rimasta comunque un'estranea o, almeno, senza radici.

Quando, più di un quarto di secolo fa, arrivai a Bergamo, città in cui tuttora vivo, pensai che fosse adatta a me. Considerata comunque in principio un'immigrata "terrona" per lavoro, mi sorprendevo sempre più a familiarizzare con i colleghi lombardi piuttosto che con i pugliesi, i siciliani, i calabresi, i laziali, etc.

Non mi mancavano e non mi mancano né l'olio buono né le mozzarelle di bufala né i pomodori "come i nostri".

Insomma, a Bergamo sto davvero bene. Adoro le sue Mura e la sua bellezza, il suo cielo terso dopo una nevicata o dopo la pioggia, la sua efficienza. L'ho adottata come mia città (o Bergamo ha adottato me).
Così,  benché mi dispiaccia, tutte le volte che riparto dalla Puglia, lasciar lì mia madre ormai anziana e gli amici cui sono più profondamente legata, penso sempre che ogni volta, in fondo, mi pesa tanto tornarvi.

(Rielaborazione di un vecchio post precedentemente pubblicato)


giovedì 1 maggio 2014

Per giorni e giorni...




Per giorni e giorni senza che nulla accadesse.
Il mare vuoto, vuota agitazione
di memorie e di membra senza attesa.
E un giorno tu compari sull'orizzonte.
Due punti che si guardano da lontano.
Quanto spiarsi, come cose immortali!

Vittorio Bodini, "Appunti di poesia", 1943 -1961
Pubblicato in: Vittorio Bodini: "Poesie (1939 -1970)", Congedo Editore, Galatina, 1980 su licenza Arnoldo Mondadori Editore, pgg. 5 -6.

martedì 29 aprile 2014

Rosa


Aveva il nome di un fiore. Mi colpi per la sua esuberanza, la sua vivacità, la sua simpatia.
Io frequentavo il terzo liceo, lei si era appena iscritta al quarto ginnasio ma fu impossibile non notarla. Cominciai a frequentarla, nonostante i cinque anni che ci dividevano e che allora sembravano un'infinità, l'anno successivo, quando io ero già all'università e lei aveva appena finito l'anno scolastico. Mi presentò quella che sarebbe diventata, per qualche anno, una delle mie più care amiche.
Con lei, con Rosa, eravamo sì amiche ma non così confidenti. Mi divertiva tanto e mi sorprendeva il modo in cui riuscisse, nonostante gli affanni che la vita le aveva riservato, ad essere sempre ottimista e sorridente.
La sua mamma era morta quando ella aveva solo otto anni e lei viveva con il padre, il nonno, il fratello e un cagnolino bianco cui io, per la mia esagerata ed incontrollabile paura dei cani, mi avvicinavo sempre con timore.
"Mi hai salvato la vita!" mi disse, riconoscente, il giorno in cui io, istintivamente, le avevo afferrato, quasi strattonandola, il bavero del cappotto per impedire che finisse sotto un'auto mentre attraversavamo la strada.
Ma, evidentemente, il suo destino era quello di andarsene precocemente.
Scoprì di essere ammalata. Lottò con tutte le sue forze e continuò ad affrontare la vita e la chemioterapia con lo stesso entusiasmo e lo stesso ottimismo che aveva da ragazzina. Lo faceva per sè, per i suoi figli, per il marito, per quanti le volevano bene.
Io non la frequentavo più da anni ma ricevevo sue notizie dalla mia migliore amica. Fui felice quando quest'ultima mi disse che sì, le cure stavano avendo effetto, Rosa era guarita.
Fu un'illusione. Nel novembre 2007 Rosa se n'è andata. Non aveva ancora quarant'anni.
Per me rimane la ragazzina entusiasta e serena che mi guarda da una foto in bianco e nero scattata e sviluppata dal nostro amico comune appassionato di fotografia. Siamo sulla soglia di uno dei più importanti alberghi della cittadina in cui vivevamo, al centro c'è Mike D'Antoni che all'epoca giocava nella Billy di Milano e che quel pomeriggio avrebbe affrontato la squadra locale di basket.
Rosa aveva preso sottobraccio con naturalezza D'Antoni, incuriosito e disponibile. "Io voglio stare vicino a lui!" aveva immediatamente preteso.
Intorno poi ci siamo tutti noi, il nostro piccolo gruppo di amici che per qualche anno aveva attraversato insieme, tra sorrisi e tristezze, gli anni difficili dell'adolescenza e della prima maturità.

sabato 19 aprile 2014

H 24



Lo sviluppo e la diffusione sempre maggiore delle nuove tecnologie richiedono un ripensamento sulle condizioni lavorative che, soprattutto per certe mansioni, rischiano di diventare una vera e propria schiavitù per il lavoratore che, dotato di smartphone, finisce per essere, 24 ore su 24, a completa disposizione del datore di lavoro, dei clienti o di tutti coloro che, avendo bisogno di contattarlo, si sentono autorizzati a farlo in qualunque momento della giornata.

 Così, lo studente che ha necessità di un chiarimento,  non esita a contattare l'insegnante e ugualmente farà il datore o il collega di lavoro, senza farsi scrupolo di considerare che, come tutti, il periodo di riposo per ciascuno di noi è un diritto, oltre che un dovere. Staccare il cervello dalle fatiche quotidiane, dalle incombenze lavorative, è una vera e propria necessità. Le vacanze, le ferie, sono state pensate proprio per questo. Non si può pensare di lavorare 365 giorni all'anno per 24 ore su 24. Il lavoro intellettuale rischia di diventare un lavoro a tempo pieno che non si interrompe mai e non contempla giorni festivi e feste comandate.

martedì 1 aprile 2014

Inganni

Capisco tutto. Capisco che con la disoccupazione al 13% per cento si accetti di fare un lavoro che consiste nel telefonare e bussare casa per casa per proporre un contratto luce - gas più vantaggioso. Capisco che si possa insistere perché magari la retribuzione si basa sulle provvigioni.
Capisco tutto.
Ma non accetto e ritengo davvero disgustoso, meschino e riprovevole che si carpiscano contratti con l'inganno, soprattutto quando vittime di questi inganni sono le persone più deboli, più sole, più anziane.
Vergogna, vergogna, vergogna!

http://www.dpdc.it/viewtopic.php?f=30&t=207

"La Tigre è ancora viva"

"Adesso basta! Dobbiamo batterci!
[...] La Tigre è ancora viva!"

(Sandokan - Sceneggiato RAI - Regia di Sergio Sollima - 1976)

https://www.youtube.com/watch?v=2pyFLGbM3kY

sabato 29 marzo 2014

"Saluto l'inverno"

"Ecco la novità
al mio risveglio
è arrivata da un altro pianeta
un'insolita ebbrezza"
(Paola Turci: "Saluto l'inverno")



http://www.youtube.com/watch?v=qYRCDcEVyf4

domenica 21 aprile 2013

Parole e silenzi assordanti

Quando le parole non bastano più, si tace. Si tace perché si è stanchi di urlare la propria rabbia, la propria delusione, il proprio disincanto, la propria inquietudine.
Si tace perché ci si rende conto che parlare darebbe adito ad equivoci, sarebbe occasione per fomentare un litigio, l'ennesimo, figlio di incomprensioni e di interpretazioni che non coincidono nelle intenzioni di chi parla e di chi ascolta.
Si tace. E quel silenzio diventa sempre più assordante. E' una porta che si apre e si richiude, silenziosamente. E' una rabbia che cova e che sale sempre più in alto, sempre più, fino, a volte, precipitare malamente. Un gesto, forse un volo. E poi solo un assordante silenzio.

mercoledì 3 aprile 2013

La mia Germania

Forse è vero che, al di là del luogo in cui ciascuno nasce, ce n'è uno che, per affinità elettive, ci assomiglia e a cui, per questo, ci si sente più legati.
Il mio luogo del cuore è la Germania. Scoperta per caso, in verità, quando, in occasione della scelta del corso di lingua straniera da seguire obbligatoriamente optai per il tedesco piuttosto che per il francese o l'inglese. Si trattava di una scelta di comodo, in realtà: il corso di tedesco prevedeva un insegnamento di base, per principianti, a differenza degli altri due, strutturati per chi avesse già qualche conoscenza della lingua. Inoltre, il corso era frequentato da pochissimi studenti. Alle lezioni ci si trovava, ad esagerare, in dieci persone, e tutto questo favoriva l'apprendimento.

Fu allora che iniziai a conoscere la Germania, superando pregiudizi e stereotipi che appartenevano e tuttora appartengono all'immaginario collettivo.
Approfondii la conoscenza dei filosofi e dei pedagogisti tedeschi, apprezzai la musicalità e la dolcezza della lingua apparentemente dura, se legata alla tradizione della filmografia in cui il tedesco, rigoroso e senz'anima, non è altro che il carnefice nazista.
Visitandola, con il tempo, mi sono sempre più affezionata a questa terra rigorosa e precisa che sa amare la vita, a volte in modo eccessivo, ma che ama le regole e cerca di rispettarle e, quando non lo fa, ammette di averle infrante e se ne assume la responsabilità.
Berlino, la capitale, che ancor oggi porta con fierezza i segni del suo recente passato, è, a mio avviso,  il simbolo di un modo di essere che apprezzo e mi appartiene: la capacità di fare i conti con il passato, analizzandolo, senza negarlo o dimenticarlo, lavorando sul presente per costruire il futuro.

 

venerdì 8 marzo 2013

Oltre le mimose...

... ci sono le violenze quotidiane spinte, in alcuni casi, fino all'omicidio; ci sono gli stereotipi e i pregiudizi che dividono le donne in buone e cattive mogli, madri; ci sono le fatiche di uscire da una mentalità gretta e meschina, ancora più arretrata rispetto a quella di oltre trenta anni fa.
Non festa, dunque, ma giornata, l'8 marzo, per riflettere contando gli anni che ancora separano da una vera parità.
Niente mimose, niente festa, niente auguri.

mercoledì 13 febbraio 2013

Non sopporto...

- l'arroganza di chi pretende di imporre il proprio modello di vita, le proprie idee, i propri principi insultando e disprezzando chi non la pensa come lui
- la falsità e l'ipocrisia di chi nasconde la propria meschinità dietro principi che poi, sistematicamente, viola
- l'intolleranza e la maleducazione
- la protervia di chi crede che conti solo il denaro e che tutto possa essere comprato
- la superbia di chi si fregia della sua ignoranza e in nome di quest'ultima disprezza la cultura e il piacere del sapere
Il vero problema è che, da almeno tre lustri, sono questi i comportamenti e i valori diffusi sul territorio nazionale. E poi ci si chiede come superare la crisi...
Le crisi, in primo luogo, le si superano se si ha un progetto. Meglio ancora se tale progetto è illuminato da valori etici. Tutto il resto sono vuote chiacchiere da bar o da talk show.
 
(Rielaborazione di un vecchio post già pubblicato sulla piattaforma Splinder il 2 ‎dicembre ‎2008)

Tornare

Ogni volta che mi capita di tornare nella regione in cui sono nata e in cui ho passato poco meno di un terzo della mia vita, vengo colta da un senso di estraneità. "Che ci faccio qui?" mi capita di pensare e, contemporaneamente, mi sorprendo a pensare che, in fondo, non c'è nessun luogo in cui vi siano le mie radici.
Nata in Puglia ma portata (o "deportata", come una collega simpatica amava dire a proposito della sua situazione assai simile alla mia) a soli due mesi in Liguria, ho trascorso lì la prima parte della mia esistenza.
Alla Liguria sono tuttora molto legata anche se, già da bambina, c'era chi mi considerava un'estranea. "Napoletana": mi chiamava così qualcuno (da Roma in giù, per qualcuno, tutti sono "napoletani") ed io sentivo il peso dell'essere "diversa".
Quando, a dodici anni, la mia famiglia ritornò nella regione d'origine dove io ero nata, scoprii che anche lì mi consideravano un'estranea. Non conoscevo e non capivo il dialetto, avevo abitudini differenti. In sintesi, anche lì ero considerata diversa. Inoltre, non apprezzavo nulla di quei luoghi (le spiagge della mia amata Liguria erano belle, anche e soprattutto perchè circondate dalle colline) e mal tolleravo la faciloneria e l'invadenza dei più, che veniva definità simpatia e disponibilità. Per me, taciturna e riservata, non era così.
Cominciai allora a pensare che, appena ne avessi avuto la possibilità, sarei andata via. In Liguria, possibilmente, o in qualunque altro luogo purché fosse più confacente a me stessa. Ero ormai consapevole che sarei sempre rimasta comunque un'estranea o, almeno, senza radici.
Quando, più di un quarto di secolo fa, arrivai a Bergamo, città in cui tuttora vivo, pensai che fosse adatta a me. Considerata comunque in principio un'immigrata "terrona" per lavoro, mi sorprendevo sempre più a familiarizzare con i colleghi lombardi piuttosto che con i pugliesi, i siciliani, i calabresi, i laziali, etc.
Non mi mancavano e non mi mancano né l'olio buono né le mozzarelle di bufala né i pomodori "come i nostri".
Insomma, a Bergamo sto davvero bene. Adoro le sue Mura e la sua bellezza, il suo cielo terso dopo una nevicata o dopo la pioggia, la sua efficienza. L'ho adottata come mia città (o Bergamo ha adottato me).
 
Così,  benché mi dispiaccia, tutte le volte che riparto dalla Puglia, lasciar lì i miei ormai anziani genitori e gli amici cui sono più profondamente legata, penso sempre che ogni volta, in fondo, mi pesa tanto tornarvi.
(Rielaborazione di un vecchio post già pubbl‎icato sulla piattaforma Splinder il 17 ‎gennaio ‎2009)